Opinioni

Il direttore risponde. «Sulla pedofilia io ho domande al mondo» Che sappia dare risposte, come fa la Chiesa

Marco Tarquinio venerdì 26 settembre 2014
Gentile direttore,
l’arresto, per ordine del Papa,dell’ex arcivescovo Wesolowsky, accusato di presunti abusi su minori, ha suscitato unanimi consensi e ha confermato la linea dura della Chiesa, già iniziata con Benedetto XVI e che viene applicata anche per gli alti prelati. In considerazione del fatto che nel mondo i bambini abusati sono alcuni milioni, in molti ci domandiamo perché altri Stati e istituzioni laiche non adottino la stessa rigidità di papa Francesco. Perché, nonostante che si parli solo e sempre dei preti pedofili, va sottolineato che la maggior parte degli abusi avviene nelle stesse famiglie, nelle scuole, in ambienti sportivi ecc, per non parlare del turismo pedofilo organizzato nei Paesi occidentali verso Paesi del Terzo Mondo. E infine se la pedofilia è una patologia inguaribile e incontrollabile perché non legalizzare la sterilizzazione volontaria? In qualche Paese già si fa e non pochi pedofili la richiedono. Credo di aver espresso opinioni condivisibili da molti. Cordiali saluti e buon lavoro
Vedran Guerrini
Lei esprime, gentile signor Guerrini, domande molto serie. Perché Stati e istituzioni nazionali e internazionali non adottano finalmente sulla pedofilia la stessa linea dura prescelta ormai dalla Chiesa cattolica? Perché non si concerta una strategia mondiale per stroncare quell’atroce e turpe mercato che viene etichettato come "turismo sessuale" e che nell’abuso dei minori continua ad avere il suo enorme e intollerabile cuore putrido? Spero, come lei, che simili domande se le comincino a fare davvero in molti. Ad alta voce. In modo sempre più incalzante. E vorrei che risuonassero e pesassero di più proprio qui, in casa nostra, in Europa e in Italia, dove contendiamo agli Stati Uniti d’America e a Giappone e Cina il terribile primato nel colonialismo "pedofilo" e nella pedopornografia online. Ma le ricordo pure, gentile signor Guerrini, che sulle pagine di "Avvenire" quelle domande sono state scandite con forza in più occasioni e anche da direttamente da chi le sta rispondendo (da ultimo il 6 febbraio di quest’anno a commento di assurde e ideologiche accuse-boomerang lanciata nella sede di un comitato Onu contro la Chiesa cattolica e, poi, lo scorso 7 luglio, accompagnando la pubblicazione di uno dei dolenti dossier che dedichiamo periodicamente alle diverse e orribili facce dello scandalo e dell’«affare» pedofilia). Dopo le domande vengo alle risposte. E arrivo alla sua ultima annotazione. Credo che lei, in realtà, si riferisca non alla «sterilizzazione», ma alla cosiddetta «castrazione chimica». So che su di essa ci sono pareri più che discordi, e che la Chiesa non considera appropriate pratiche di questo tipo, ma so soprattutto che là dove alla «castrazione chimica» si è fatto ricorso, anche su richiesta di condannati per pedofilia, essa a volte ha dato risultati, ma non sempre è risultata risolutiva. Credo, perciò, che la via maestra sia e resti quella della «tolleranza zero» impostata con fermezza nella Chiesa da Benedetto XVI sin da quando collaborava con Giovanni Paolo II e portata, per così dire, a pieno regime da papa Francesco. «Tolleranza zero» significa nulla minimizzare o persino nascondere, tutto e tutti portare e riportare alla luce. Significa diffondere e irrobustire nella nostra terra e in tutto il mondo il biasimo morale e sociale verso gli atti sessuali su bambini e bambine, su ragazzine e ragazzini. Significa condurre in un’opera di giustizia e di verità con solidarietà prioritaria e senza ombre con le vittime. Ma «tolleranza zero», per noi cristiani, vuol dire pure ingaggiare con fiducia evangelica una lotta senza quartiere col male, per strappargli le persone che si sono macchiate di questi crimini gravissimi. Nessuno può essere mai considerato perduto per sempre, nessuno è escluso dalla possibilità di redimersi e di ottenere perdono da Dio e dai fratelli.