Opinioni

LA STRAGE DEL BUS. PERCHE'?. Quelle morti, un mistero tra le braccia di Dio

Maurizio Patriciello martedì 30 luglio 2013
Il caldo era insopportabile domenica scorsa. L’aria, pesante fin dal mattino, si era  fatta irrespirabile con il passar delle ore. Attendevamo la sera per un soffio di brezza. Dal Brasile le immagini di Papa Francesco con i giovani ci riempivano di gioia. Il cuore si gonfiava. La speranza prendeva il sopravvento. Non è vero che nei giovani non c’è spazio per Dio. È vero il contrario. Hanno tanta sete di Dio, di Verità, di giustizia. Incombe sugli adulti il dovere di intercettare le loro domande. Fare attenzione ai loro problemi. Porre orecchio alla loro voce, resistendo alla tentazione di far loro dire cose che non hanno mai detto né voluto dire. Ascoltare. Farsi prossimo. Sapendo che il cuore dell’uomo è sempre bisognoso di amare e di essere amato. Giunge la penombra  tanto attesa. Il refrigerio agognato sta per arrivare, quando, improvvisa, scioccante, giunge la notizia di un pullman precipitato da un cavalcavia, in provincia di Avellino, sull’autostrada Napoli-Bari, con a bordo una cinquantina di persone. Le prime immagini sono agghiaccianti. Ci sono morti e feriti. Chi conosce quel tratto di autostrada intuisce subito che il bilancio sarà pesantissimo. Quella discesa fa paura. Occorre essere prudenti, andare piano. Ma c’è sempre chi continua a correre e sembra venirti addosso. L’impressione è forte, soprattutto quando ci sono mezzi pesanti in giro. Non sappiamo ancora che cosa sia successo. Forse è scoppiata una gomma, forse si sono rotti i freni. Fatto sta che una gita fuori porta di appena tre giorni, per un gruppo di famiglie, si è trasformata in una sciagura immane. Su 48 passeggeri i morti sono 38. Tra i feriti alcuni sono gravissimi. Siamo sbigottiti. Addolorati, increduli. Il direttore di una radio mi interpella per telefono perché tanti ascoltatori si stanno chiedendo perché mai Dio permette tanta sofferenza. Perché non è intervenuto. La domanda antica, destinata a rimanere senza risposta, ritorna a farsi sentire prepotente. Se Dio è amore, da dove sbuca il male? Come siamo piccoli davanti al mistero. Come siamo fragili. E come è bello l’uomo quando si fa solidale e per mettere in salvo una vita non disdegna di rischiare la propria. La notte dell’autostrada si illumina di soccorritori, di mezzi, di forze dell’Ordine. Di persone che dimenticando il caldo, la fatica, la paura, il rischio corrono per strappare alla morte un fratello sconosciuto. Tanta gente non ha dormito l’altra notte, ma ha vegliato in preghiera. Il Papa, pochi giorni fa, disse che non c’è croce piccola o grande che Gesù non porti insieme a noi. Alla domanda sul dolore, nemmeno Gesù ha voluto darci spiegazioni. Ha fatto di più, lo ha assunto su di sé. Lo ha portato insieme noi. Ci sono verità che possiamo solo intuire, perché continueranno a sfuggirci per l’intera vita. Una cosa è certa, tanta sofferenza non va perduta. In un modo misterioso, ma vero, viene raccolta negli scrigni di Dio. Per la nostra salvezza. Per la salvezza dell’intera umanità. Nemmeno una lacrima sarà versta invano. «È peccato – mi chiedono dalla radio – fare queste domande a Dio? È peccato presentargli i nostri dubbi?». No, Dio stesso ci invita ad andargli incontro con le nostre lamentele e le nostre ribellioni. Quando il dolore si fa immenso è normale che straripi. E quale cuore sarà capace di raccoglierlo, se non il cuore stesso di Dio? Andiamo, dunque, a Lui. Con la nostra rabbia, i nostri dubbi, le nostre paure. Con il desiderio grande di essere consolati.<+copyright>