Opinioni

Due serie tv metafore perfette dell'oggi. Fiction tv: quelli che ritornano, gli spariti. Ma in crisi siamo noi

Umberto Folena venerdì 14 novembre 2014
Persone che ricompaiono. Persone che scompaiono. Misteriosamente. Due fiction opposte e parallele che in realtà raccontano lo stesso stato d’animo e fotografano il nostro tempo come potrebbe un brillante saggio di sociologia o psicologia. Perché, se è vero che l’arte popolare – e una fiction televisiva questo è – interpreta i moti più profondi dell’animo del tempo, leggere la tv serve a leggere noi stessi. Les revenants («Quelli che ritornano») è una fiction francese prodotta da Canal+. La prima stagione di otto puntate è andata in onda in Francia due anni fa e in Italia è trasmessa da Sky ogni mercoledì. La seconda serie è stata già ultimata e i francesi la vedranno l’anno prossimo. Intanto gli americani, sciagurati, stanno pensando al fatal remake. Riusciranno a rovinare tutto? Difficile, quasi impossibile riproporre in salsa Usa le penombre, degli ambienti e dei cuori, disegnate con sopraffina sapienza da Fabrice Gobert. In una cittadina francese in mezzo alle Alpi, sovrastata da una gigantesca diga, ricompaiono, come se nulla fosse, senza niente ricordare della propria morte: l’adolescente Camille dopo 4 anni, il giovanotto Simon dopo 10, il piccolo Victor dopo 30. E altri. Non sono zombi, come ha scritto frettolosamente chi Les revenants non l’ha visto, né è l’ennesimo horror sanguinolento, ma un raffinato dramma psicologico. Il suo pregio? Se cominci a vedere la prima puntata, non riesci a smettere.  Poi c’è The Leftovers  («Svaniti nel nulla»), serie americana di Damon Lindelof e Tom Perrotta. Il 14 ottobre di un anno imprecisato sparisce, nello stesso istante, il 2 per cento dell’umanità, 140 milioni di individui dissolti chissà come, chissà dove e chissà perché. Tre anni dopo, la fiction racconta la vita della cittadina di Mapleton, il lutto mai elaborato, la sparizione senza spiegazione, la setta dei 'Colpevoli sopravvissuti' muti, vestiti di bianco, l’eterna sigaretta accesa.  In Italia la prima stagione di 10 puntate è andata in onda, su Sky, tra luglio e settembre. Negli Usa stanno guardando già la seconda. Ricomparire, scomparire. Apparentemente due narrazioni del tutto opposte. Una francese, l’altra americana, due scuole diverse, due stili diversi. Eppure un filo rosso le stringe, oltre all’ambientazione in due cittadine, due microcosmi chiusi dove nulla esiste e nulla conta se non quel microcosmo, in una sorta di implosione degli sguardi e dei sentimenti. In entrambi i casi, l’umanità è totalmente rivolta al passato. Devono fare i conti con Camille i genitori e la sorella gemella, che si ritrova più vecchia di 4 anni. Cercano di ritrovare un equilibrio i sopravvissuti 'mutilati' dalla sparizione di un individuo ogni 50, senza alcuna logica: perché proprio loro sono 'andati', perché noi 'rimasti'? Perché? In entrambi i casi il mondo non è più come prima e per tirare avanti bisogna voltarsi indietro, ricostruire il passato, spiegarlo, far pace con esso. Il futuro non c’è. C’è soltanto un equilibrio perduto, il disorientamento totale e un disordine apparentemente senza rimedio. Che questa sia una metafora della crisi? Una crisi economica, certo. Ma non continuiamo a dire – perfino con Benedetto XVI e Francesco – che è una crisi anche e prima di tutto morale, una crisi di civiltà? Non siamo più come prima. Tutti abbiamo perduto qualcosa: il benessere, la tranquillità, la serenità. I loro fantasmi ci tormentano e finché non dialogheremo con loro, accettandoli, gli 'scomparsi' torneranno a tormentarci, impedendoci di vivere, di costruire una storia nuova, di avere un futuro. Quelli che ritornano, quelli che sono svaniti nel nulla. Siamo noi.