Opinioni

Il Conclave visto davvero «dall'alto». Il sorriso e la fantasia di un Dio che sorprende

Umberto Folena venerdì 15 marzo 2013
​«Sapete perché gli angeli volano? Perché si prendono alla leggera!». Ce lo ricorda, sorridendo, Gilbert K. Chesterton. Un invito da prendere sul serio, perché l’umorismo è cosa seria assai. E allora, perché non provare a rileggere gli avvenimenti di queste ultime, formidabili ore con la leggerezza che non è superficialità, ma capacità di levarsi in volo e, dall’alto, sorridere? L’elezione di Papa Francesco, da lassù, appare in tutto il suo felice paradosso, opera di uno Spirito Santo che ama giocare. Vediamo. Dicono che la Chiesa è condannata a un inevitabile declino, incancrenita, arrugginita, arroccata al potere e incapace di novità? Comincia una raffica di «prime volte».Per la prima volta – gli altri casi vagamente analoghi non sono paragonabili, e rimangono ancorati al passato remoto – un Papa rinuncia al suo potere, senza preavviso e di sua volontà, appellandosi alla propria coscienza posta nuda di fronte a Dio nella preghiera, spiazzando tutti. È il segnale che dobbiamo aspettarci altre grosse novità ma gli osservatori, più attenti ai propri desideri e alle proprie strategie che alla realtà, continuano a dipingere una Chiesa vecchia e stanca, dove 115 cardinali settantenni, corrotti dalle lotte di potere, che altro potrebbero fare se non replicare antichi riti ammuffiti? Lo Spirito Santo, da parte sua, chiude a chiave fuori dalla Sistina anche il Nemico, un Satana particolarmente agguerrito quando la posta in palio si fa grossa. Si mette al lavoro. Tramuta il manipolo di settantenni in una pattuglia di giovanotti. E sforna il suo capolavoro d’ironia, la raffica di «prime volte».Il primo Papa americano (ed extraeuropeo, se si escludono alcuni pontefici mediterranei dei primi secoli: in fondo anche san Pietro era mediorientale...), il primo Papa gesuita, il primo Papa a imporsi il nome Francesco, il santo più amato ma anche il più impegnativo. Il primo a presentarsi come "ultimo": il Papa povero che invita a farsi poveri tra i poveri, il Papa umile che dà la benedizione, ma la chiede prima per sé; e il popolo benedicente si fa, per un attimo – perdonateci l’audacia – «servo del servo dei servi di Dio»: il paradosso si compie, lo Spirito Santo soffia controvento e svela la strategia di Dio. È la stessa usata, a suo tempo, con Elia sull’Oreb. Ti aspetti che Dio si annidi dentro la tempesta, il terremoto, il fuoco: così avrebbero previsto i giornalisti, se allora fossero esistiti. E invece Dio gioca, ti sfiora sulla spalla e ti dice: «Guarda che sono qui», sono una brezza gentile e spiritosa, una carezza, un solletico, un sorriso. Dio gioca, come giocò con Abramo e Sara («Scherziamo? Io non posso più avere figli!», nessuna novità è possibile per me, non questa almeno), facendo partorire una novantenne in menopausa con marito centenario, e non a caso Isacco significa «Dio ride».L’esordio di Papa Francesco è stato smontato, rimontato, rivoltato, analizzato in ogni minimo dettaglio. Gli hanno fatto la Tac. Ma, in estrema sintesi, ciò che ha comunicato è che la fede è bella anche perché semplice e leggera, come il volo degli angeli. E l’intera vicenda della sua elezione, spiazzante e paradossale, è la prova della fantasia e del sorriso di Dio. Del suo umorismo.