Opinioni

Il direttore risponde. Sordità, e un dettaglio rivelatore

Marco Tarquinio martedì 5 novembre 2013
Gentile direttore,
desidero esprimere il mio disappunto per la sordità dei politici, e di tanta parte dell’altra classe dirigente, al "grido di dolore" del popolo italiano. Scrivo subito dopo un tg domenicale, nel quale ho visto e ascoltato ministri tutti protesi a dirsi ottimisti e ad assicurare sostegno – con grandi sforzi economico-finanziari – a industrie nazionali e le famiglie. Balle, direttore, purtroppo solo balle. Tant’è che nel servizio giornalistico successivo ho visto entrare e uscire da Palazzo Chigi una serie di auto di servizio a politici o alti funzionari, ma non ne ho visto una, dico una sola, di fabbricazione nazionale! Oltre a ciò, non sono mai auto di modesta cilindrata… Chi le paga? Chi le mantiene? Chi le ha scelte a nome mio, suo e di altri milioni di italiani che soffrono anche la fame? Si calcola che siano 3 milioni e mezzo gli italiani nella povertà più totale e oltre 8 milioni quelli colpiti da povertà relativa e costoro, politici e contorno, ci danno questo spettacolo di insensibilità? Davvero stiamo facendo la fine di tanti sfruttati popoli del Terzo Mondo, ritrovandoci governati da corrotti, incapaci e avidi che lasciano al resto d’Europa le decisioni di casa nostra? Ci avevano promesso nuove regole prima delle prossime politiche, lei le sta vedendo? Si deve mettere mano alla giustizia, si può dire che ci sia una qualche seria proposta parlamentare? Lei sa, come lo so io, che la lentezza dei processi civili demotiva gli imprenditori italiani e allontana gli investitori esteri. Senza contare che ci sono state, e ci sono, sentenze che fanno mettere le mani nei capelli e scappare altrove, soprattutto dal Sud d’Italia... Che altro c’è da dire o da fare perché quelli che noi cittadini abbiamo messo "lì", in Parlamento e al Governo, si accorgano del baratro nel quale stiamo cadendo? Siamo costretti ad assistere a quotidiane e demolitorie picconate di quanto era stato costruito negli anni Sessanta del secolo scorso. Siamo con le pezze al sedere, mi scusi l’espressione, sebbene – e quanto mi fa rabbia pensarci – in Italia non manchino persone capaci, veramente capaci per affrontare le attuali problematiche. Purtroppo accanto a tanta capacità ci sono troppe persone arrivate immeritatamente in posti chiave sia a livello politico, che manageriale, che tecnico-scientifico. Stiamo buttando alle ortiche un’Italia sognata, sofferta, costruita con passione... Tanta parte delle ultime generazioni non sa nemmeno chi siano stati Olivetti, Mattei, Falcone, Borsellino e tanti, tanti altri che in ogni campo non ci hanno fatto vergognare di essere italiani. Quello che invece mi accade da qualche anno a questa parte...
Danilo Bove, Rimini
Con grande fatica, tra l’impegno senza tentennamenti di alcuni – e in prima fila metto certamente il presidente del Consiglio Enrico Letta – e i calcoli e gli interessi personali o di fazione di troppi altri, si sta cercando di condurre l’Italia su una rotta che la tenga lontano da secche disastrose. Molto dipende da noi italiani, gentile signor Danilo, e molto dipende dall’Unione Europea che – a onta di se stessa e delle proprie finalità originarie e purtroppo solo retoricamente riaffermate – non può continuare a porre paletti rigorosi e rigidi che non servono per aggrapparsi, ma impediscono di uscire dalla china che fa inesorabilmente scivolare diversi Paesi membri, e il nostro è purtroppo tra questi, verso un «baratro» di impoverimento, di intolleranza, di incattivimento... Ma qui, giustamente, lei mette l’accento sulla parte assai importante che in ogni caso, appunto, spetta a noi italiani. E fa bene, caro amico lettore. Fa proprio bene a non rassegnarsi al brutto spettacolo di una classe politica e dirigenziale che in troppi suoi esponenti sembra non riuscire più a vedere (e a vedersi) con gli occhi del cittadino comune. È un problema incredibilmente serio. Non ripeto le cose che lei ha appassionatamente scritto, né tante altre che stiamo approfondendo sulle nostre pagine. Ma mi soffermo su un dettaglio rivelatore, che lei giustamente coglie e sul quale io stesso, in questi anni, mi sono concentrato in diverse occasioni. Mi riferisco alle cosiddette "auto blu". E al fatto che continuino a essere quasi tutte straniere (con l’eccezione del Quirinale che ne usa soltanto di italiane) e quasi tutte di grossa cilindrata. Una larghissima parte delle persone che rappresentano l’Italia e gli italiani continua, insomma, a non viaggiare su mezzi frutto dell’ingegno e del lavoro degli italiani. E il Palazzo (in tutte le sue ali) non riesce a dimostrare agli italiani che è in atto una significativa riduzione di un parco macchine che, a certi livelli di responsabilità e vulnerabilità, è spesso indispensabile, ma altrettanto spesso non lo è. Brutta storia... E poi, ma è possibile che gli acquirenti istituzionali e i produttori italiani non siano stati ancora capaci di trovare intese vantaggiose per entrambi e tali da mandare un messaggio positivo ai concittadini? È solo un dettaglio, ma la dice lunga...