Opinioni

L'offensiva anti-shabaab e le ambiugità di Mogadiscio. Somalia, una crisi che si avvita Kenya e Occidente alla prova

Giulio Albanese sabato 29 ottobre 2011
La crisi somala rappresenta sempre più un fattore destabilizzante per l’intero Corno d’Africa. Se ne stanno accorgendo non solo gli americani che hanno deciso di usare la mano pesante, utilizzando droni che avrebbero ucciso giovedì almeno 25 civili e ferito altre decine di persone nel settore meridionale dell’ex colonia italiana. Ma anche i francesi, i quali avrebbero bombardato dal mare la città di Kuday, a sud di Chisimaio, strategicamente importante per gli estremisti di al-Shabaab. Ma il dato "politico-militare" più rilevante è senza dubbio l’intervento del Kenya, che ha ammesso di aver dispiegato il proprio esercito sul territorio somalo. Una strategia, quella messa a punto dal governo di Nairobi, cha ha l’intento dichiarato di sconfiggere una volta per tutte gli al-Shabaab, responsabili di morte e distruzione in Somalia. E se da una parte l’operazione militare keniana è stata frutto di un lungo discernimento, si acuisce il rischio di un’ulteriore escalation di rappresaglie da parte degli estremisti islamici. La questione di fondo è che l’iniziativa di Nairobi non è piaciuta, paradossalmente, neanche al governo federale di transizione del presidente somalo Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, il quale ha ribadito la sua opposizione alla presenza di truppe keniane sul proprio suolo. Lo stesso concetto è stato espresso a chiare lettere dal primo ministro Ali Mohamed Abdiweli, il quale ha ricordato che gli accordi pregressi con il vicino erano di ben altro tenore. Secondo il premier di Mogadiscio, le forze armate di Nairobi avrebbero dovuto fornire, solo un’assistenza tecnico logistica per l’addestramento dell’esercito, mentre ora i militari keniani sarebbero diventati una vera forza occupante. Tuttavia, quando, il 16 ottobre scorso, le truppe keniane hanno cominciato a varcare il confine con la Somalia, era chiaro alla maggioranza degli osservatori che non si sarebbe trattato di un semplice diversivo. Si trattava piuttosto di una chiara risposta a recenti sequestri e uccisioni perpetrati dagli al-Shabaab sul territorio keniano, con l’obiettivo, inoltre, di garantire l’incolumità dei profughi somali che in questi mesi si sono riversati a Sud in seguito di una carestia senza precedenti. A questo punto viene spontaneo chiedersi se questa ennesima iniziativa militare, che pare coinvolgere sempre più nazioni straniere, possa davvero servire al bene della regione, considerando l’ostracismo del governo federale di transizione somalo. Da rilevare che nell’arco degli ultimi quindici giorni gli estremisti somali hanno intensificato le loro azioni contro il Kenya, come peraltro già avvenuto in passato con l’Uganda. Basti pensare al raid contro un bus nel Nordest, che ha causato, il 27 ottobre scorso, la morte di tutte le persone a bordo del mezzo. Si è trattato del terzo attentato sul territorio keniano in meno di una settimana, dopo quelli compiuti a Nairobi con quattro morti. Sebbene gli al Shabaab non godano di ampio sostegno della popolazione somala, riescono di fatto a fare il bello e cattivo tempo, approfittando delle divisioni interne al Paese. In effetti, la Somalia appare sempre più parcellizzata in piccoli feudi sotto il controllo dei clan tradizionali e di un manipolo di agguerriti "signori della guerra", molte volte in lite tra loro. Intanto il governo di Nairobi ha già annunciato che il prossimo passo sarà marciare verso Chisimaio. Una cosa è certa, la confusione regna sovrana, non solo per la spregiudicatezza degli al Shabaab, ma anche per la curiosa strategia del presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed che, alla prova dei fatti, pare voglia mantenere lo "status quo". Basti pensare che in questi giorni avrebbe chiesto allo stato maggiore dei peeacekeeper dell’Unione Africana di non attaccare alcuni quartieri di Mogadiscio in cui sono asserragliati gli estremisti islamici. Qualcuno comincia addirittura a pensare che stia facendo il doppio gioco per i suoi trascorsi nelle Corti islamiche.