Opinioni

Il «sole» e i satelliti. Usa-Italia, la visione di Trump

Vittorio E. Parsi mercoledì 1 agosto 2018

Da sempre e sempre, con pochissime eccezioni, i vertici tra i presidenti Usa e i leader dei Paesi amici ed alleati alla Casa Bianca rappresentano principalmente dalle photo opportunities per i secondi e molto raramente portano a risultati tangibili, tanto più sul breve periodo. Il tempo dedicato dal presidente americano ai suoi ospiti, lo stile della conferenza stampa finale e le parole distese o formali riservate ai dignitari in visita, sono però preziosi indicatori del clima delle relazioni bilaterali tra i Paesi e tra i leader. Che Conte e Trump fossero in sintonia su diversi temi era già emerso al G7 canadese di qualche mese fa e, del resto, il presidente americano non aveva celato il suo incoraggiamento al nuovo esecutivo italiano e alla sua maggioranza fin dal travagliato esordio.

Trump ha espresso apprezzamento per la linea del Governo italiano sulla questione dei migranti. Non può stupire, giacché in più di un’occasione il presidente aveva invitato l’Europa ad alzare muri e infittire barriere, a «non lasciarsi invadere» se non voleva «perdere la propria identità». Scontato quindi il plauso, tanto più che "the Donald" ha spesso tweettato esternazioni al limite del razzismo. Si tratta comunque di un avallo che gioca a favore del governo e testimonia – qualora ce ne fosse bisogno – che il sentimento forse prevalente nel Nord del mondo è mutato dalla solidarietà all’insofferenza quando non al timore vero e proprio del "diverso". Ancorché spesso nutrito da pregiudizi infondati resta il fatto che con questo atteggiamento occorre fare i conti e depotenziarlo in modo tale che non produca comportamenti inaccettabili. Ma la mera condanna – pur necessaria – non porta molto lontano. In ogni caso, questo è un punto a favore del Governo.

Un punto a favore del Paese, ma un potenziale grattacapo per il governo, è invece quello sul gasdotto che dovrebbe convogliare in Puglia il gas azero. Si tratta di un’opera fondamentale per assicurare la diversificazione nelle forniture energetiche, sottraendo una delle armi più pericolose, uno dei più odiosi strumenti di pressione se non di vero e proprio ricatto, nei confronti dell’Europa a disposizione del Cremlino. In questo caso gli interessi nazionali di Stati Uniti, Unione Europea e Italia semplicemente coincidono, con buona pace di tutti i clamanti oppositori (Fico e Di Maio in testa). Si possono capire le perplessità circa la scelta del punto di approdo; ma è evidente che sarà assai difficile rimettere tutto in discussione.

Il premier Conte ha anche ottenuto una sorta di nuova investitura alla leadership sulla questione libica: benché sia ancora da capire che cosa concretamente ciò possa comportare, resta importante il segnale mandato alla Francia di Macron, la cui leadership è estremamente ammaccata da insuccessi, vezzi e vizi, con una popolarità mai così bassa per nessun inquilino dell’Eliseo a circa un anno dalla sua trionfale elezione.

E per il resto? Molte chiacchiere e molta tattica, con Trump a rammentare il forte attivo italiano nel commercio bilaterale verso gli Stati Uniti, a rimarcare che si attende che non vengano messi in discussione gli ordinativi nel comparto difesa (leggi F 35), e al rispetto degli impegni assunti da diversi governi italiani a contribuire per il 2% del Pil alle spese per la difesa comune e con Conte a barcamenarsi anche con eleganza e senza dar troppo la sensazione di farlo.

Dove Trump ha ribadito la sua visione della politica internazionale è nella richiesta di non defezionare dal fronte delle sanzioni alla Russia. Al di là dei suoi sentimenti personali verso Putin (e di quello su cui indaga il Procuratore Speciale), il fatto è che Trump non intende che i "comprimari" (cioè tutti gli altri) possano rubare il ruolo al protagonista (lui).

Su certe questioni l’America non accetta interferenze. Il suo schema della politica internazionale non è a rete, ma stellare, con un centro occupato dagli Stati Uniti e (eventualmente) da Cina e Russia, con tutti gli altri a ruotare intorno al sole. E questo è il punto di di maggior condivisione tra Washington, Pechino e Mosca. Assomigliano invece a semplici chiacchiere al vento (purtroppo) le parole di clamorosa apertura verso l’Iran, «a condizione che cambi la sua politica». Al di là di ogni considerazione, l’israeliano Netanyahu e il saudita Moahmed Bin Salman hanno sulla questione idee molto differenti e una capacità di pressione sul Congresso ben superiore a chiunque altro.