Opinioni

IL DILEMMA DELL'OCCIDENTE. Se in Siria prevale l'anima di al-Qaeda si spegne la speranza dell'opposizione

Riccardo Redaelli sabato 13 luglio 2013
L’uccisione di Kamal Hamami, uno dei più importanti comandanti militari dell’Esercito libero siriano (Els), da parte di milizie di al-Qaeda presso la città costiera di Latakia, segna una nuova tragica tappa nella trasformazione e radicalizzazione dell’opposizione siriana al crudele regime del presidente Assad. Per quanto vi sia chi si ostini a non volerlo vedere, due anni di guerra – con il loro carico di violenze, morti e vendette – hanno favorito la crescita delle milizie islamiste più brutali, settarie e anti-occidentali, ben rappresentate dalla formazione jihadista di Jabhat al-Nusra, che si ricollega all’organizzazione centrale di al-Qaeda. Lo dimostrano anche i sempre più numerosi guerriglieri non siriani caduti, provenienti da tutto il mondo islamico e che in gran parte combattono proprio sotto le bandiere qaediste, non già con quelle di un sempre più debole Els. Nella battaglia per il controllo della cittadina strategica di al-Qusayr, tanto per citare un esempio recente, a cercare di contrastare l’avanzata delle milizie di Hezbollah sono stati soprattutto i veterani jihadisti e gli islamisti ceceni. Lo testimonia pure il fatto che Hamami sia stato ucciso mentre cercava un accordo sul campo con i comandanti delle milizie dello "Stato islamico dell’Iraq e del Levante", ossia la cellula di al-Qaeda che negli ultimi dieci anni ha insanguinato l’Iraq, uccidendo migliaia di soldati occidentali e un numero ancora maggiore di sciiti arabo-iracheni. Ma cosa ci fanno le forze della "filiale" irachena di al-Qaeda in Siria, per di più a Latakia, sul Mediterraneo, lontanissime dall’Iraq? La risposta l’ha fornita il loro stesso leader, al-Baghdadi, per il quale bisogna arrivare a un’unione fra Jabhat al-Nusra e lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Un’unione che rafforzerebbe entrambe le organizzazioni, dato che il fronte di lotta è il medesimo e medesimi gli obiettivi: combattere i cattivi musulmani (ossia tutti quelli che non credono nei deliri terroristici di al-Qaeda o nel dogmatismo ottuso dei salafiti), sconfiggere gli sciiti, eliminare le influenze occidentali. Un progetto contro il quale ha tuonato lo stesso capo di al-Qaeda, al-Zawahiri, rendendo pubbliche le crescenti divergenze fra i capi dell’organizzazione, lacerata fra chi vuole esasperare il settarismo anti-sciita, con attacchi contro le loro moschee e nelle città, e chi ritiene questa politica controproducente.Sul terreno, tuttavia, questa alleanza è ormai nei fatti e rappresenta un segnale estremamente pericoloso. Innanzitutto, rafforza l’idea che vi sia una sorta di guerra civile dentro la guerra civile, con uno scontro crescente nelle file degli insorti e con il rischio che gli oppositori moderati divengano sempre meno rilevanti. Anche perché gli uccisori di Hamami hanno proclamato di voler eliminare tutti i capi dell’Els, considerandoli "nemici" alla pari dei sostenitori di Assad e accusandoli – non senza ragione – di indulgere troppo nella pratica della razzia nelle zone "liberate". Inoltre, l’alleanza tattica fra le due formazione jihadiste finisce inevitabilmente con il radicalizzare ulteriormente Jabhat al-Nusra, nella forme delle più odiose tecniche di guerriglia (autobombe, attacchi alle moschee "rivali"...) tipiche del conflitto iracheno. Infine, l’uccisione di Hamami rafforza i dubbi di chi – a Washington soprattutto – si chiede se sia opportuno finanziare, addestrare e armare l’opposizione contro il regime di Damasco, quando vi è la ragionevole probabilità che queste armi finiscano proprio nelle mani di gruppi ostili all’Occidente e che non esiterebbero a usarle contro di noi. Insomma, nella lunga notte siriana, le nere bandiere delle milizie jihadiste sembrano ancora più nere e numerose e più tetro il futuro di questo popolo intrappolato in un conflitto sempre meno nazionale e sempre più regionalizzato.