Opinioni

Il clima che uccide e le nostre responsabilità. Siamo tutti custodi di un bene condiviso

Giulio Albanese mercoledì 28 ottobre 2015
L’uragano Patricia che ha colpito in questi giorni il Messico, provenendo dall’Oceano Pacifico, è l’ennesimo segnale del 'disagio' climatico che affligge il nostro Pianeta. Se aggiungiamo la gravissima carestia che sta affliggendo il Sudan meridionale, raggiungendo il livello cinque, quello catastrofico, non c’è davvero da stare tranquilli.  Com’è noto, papa Francesco, dall’alto del suo illuminato magistero, ha messo in guardia l’intera umanità nella sua recente enciclica Laudato Si’ rispetto alla deriva di un mondo nel quale la crudeltà della natura infierisce ancora, con gli eccessi del clima, le catastrofi che ora portano malattie, ora procurano penose annate agricole e quindi carestie. Inutile nasconderselo, le responsabilità dell’uomo, almeno in parte, sono evidenti, senza voler nulla togliere all’imprevedibilità della natura. Esistono, d’altronde, centri di ricerca autorevoli come l’Ipcc – organismo nato nel 1988 per volontà dell’Organizzazione meteorologica dell’Onu, Nobel per la Pace nel 2007 – che evidenziano l’approssimarsi del punto di non ritorno. Più della metà dell’aumento della temperatura osservato nell’ultimo secolo può essere infatti attribuita alla crescita delle emissioni di gas a effetto serra, in primis derivanti dalla combustione di combustibili fossili, dalla deforestazione e da altri cambiamenti nell’uso del suolo. E cosa dire del fatto che gli ultimi tre decenni sono stati i più caldi dal 1850, che la superficie degli oceani si è riscaldata di quasi mezzo grado in 40 anni e il loro livello è cresciuto di 19 centimetri in un secolo, che la concentrazione di anidride carbonica è aumentata del 40% rispetto all’epoca preindustriale? A questo proposito, papa Francesco ci ha ricordato che «i cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità. Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento, e i loro mezzi di sostentamento dipendono fortemente dalle riserve naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, come l’agricoltura, la pesca e le risorse forestali» (LS 25).  Osservazioni, quelle del pontefice, peraltro confermate dai rappresentanti delle Chiese mondiali riuniti lunedì in Vaticano in vista della Conferenza di Parigi e dal gruppo di ricerca ambientale Germanwatch, secondo cui i Paesi colpiti con più frequenza e con i maggiori danni umani e materiali dai fenomeni climatici estremi sono quelli in via di sviluppo o attardati perché afflitti dall’esclusione sociale. Come dire che le colpe dei Paesi industrializzati e di quelli emergenti – i maggiori responsabili delle emissioni di CO2 – ricadono su popolazioni che da quell’agognato sviluppo sono perlopiù escluse. Col risultato che nella memoria collettiva, l’opinione pubblica nostrana, rammenta gli uragani che colpiscono il Primo mondo, poco importa che si tratti della Florida o dello Stato di New York, per la costante copertura mediatica offerta dai grandi network televisivi, misconoscendo, purtroppo, quelli che si abbattono ripetutamente, ad esempio, sulle Filippine. Detto questo, non vanno dimenticate le responsabilità dei signori della guerra che acuiscono a dismisura le sofferenze d’intere popolazioni afflitte da inedia e pandemie come nel caso del Sud Sudan. Si tratta di un fenomeno che amplifica a dismisura gli effetti devastanti delle carestie, impedendo, ad esempio, la distribuzioni delle derrate alimentari da parte delle organizzazioni umanitarie. A ciò si aggiungano le negligenze della comunità internazionale, che predilige gli interventi d’emergenza a quelli protesi allo sviluppo. Non basta neanche trasferire da un continente all’altro l’enciclopedia dei saperi e delle conoscenze, ma occorre avere il coraggio di promuovere la crescita integrale della persona e delle comunità riconoscendone i diritti inalienabili.  Cooperazione è cambiamento della visione politica dello sviluppo e dei suoi obiettivi, ma è anche riaggiustamento dei meccanismi economici e sociali che condizionano il destino dei poveri. Dio voglia che si riesca alla fine a guardare oltre l’avida miopia dei benpensanti, riacquistando la coscienza della nostra autentica identità, quella di custodi d’un bene condiviso.