Opinioni

Il direttore risponde. Sì, il bene non è mai un male

Marco Tarquinio mercoledì 25 settembre 2013
Gentile direttore,
è vero che i numeri indicano che nel 2012 sono stati effettuati 105.968 aborti, con un calo del 4.9% rispetto al 2011 (111.415 casi). Però il tasso di abortività (numero delle Ivg per mille donne in età feconda tra 15-49 anni), l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza all’aborto, nel 2012 è risultato pari a 7,8 per mille donne in età feconda rispetto al 2011 (8,0 per mille) e quindi il calo è molto piccolo. Nonostante questo, ricorre con insistenza l’affermazione, fatta anche da chi non accetta l’aborto che, almeno, la legge 194 venga applicata "bene". Quindi non solo "applicarla", ma "applicarla bene", o addirittura "meglio". Alle orecchie degli abortisti e dei pro-choice le parole "applicarla meglio" non suonano come alle orecchie di un pro-life, anche perché oggi un pro-aborto ha soprattutto in mente un concetto politico dell’aborto. Per lui "applicarla meglio" significa "regolamentarla meglio". Un pro-life invece pensa al nascituro oltre che alla donna. I Centri di aiuto alla Vita italiani hanno salvato bambini dalla legge sull’aborto, non grazie alla legge sull’aborto. Non è – e non sarà – la 194 a salvare i bambini dall’aborto. La legge sull’aborto prevede, e regolamenta, l’aborto di un bimbo. È fatta per questo, non per tutelare la maternità. La maternità da tutelare socialmente avrebbe bisogno di un’altra legge, che non preveda in alcun modo l’aborto. Applicare "bene" e "meglio" la 194 è un grave atto di ostilità per i futuri nascituri.
Gabriele Soliani, Reggio Emilia
La questione che lei pone, gentile dottor Soliani, è vecchia come la legge 194 e dura come tutti problemi davvero seri. Le dirò perciò, ancora una volta, per quel che vale, ciò che ho imparato dai miei genitori e diventando genitore io stesso, che è, poi, lo stesso che mi hanno dimostrato le limpide esperienze di uomini e donne capaci di stare sempre dalla parte della vita e dei più fragili. Lezioni esistenziali che coincidono con l’insegnamento che ho ricevuto da una Chiesa «madre e maestra», cioè – come oggi sa dire con accenti forti e coinvolgenti Papa Francesco – compagna di cammino di un’umanità in molti modi ferita. Io penso che in questa nostra Italia sarebbe gravissimo applicare la legge 194 in modo da farla diventare ancora peggio di quel che è. Cioè usarla, e lasciarla usare, sino a farla somigliare alla normativa che i pro-aborto e i pro-scelta radicali avrebbero voluto ottenere con un referendum che persero così come noi, cattolici e laici pro-vita (non ho mai scordato la serena e forte scelta di campo di Norberto Bobbio), perdemmo il nostro. Loro non si arrendono? Noi neppure. Per amore e per coscienza. E anche noi, ebbene sì, per scelta: la scelta preferenziale per i senza voce e i senza potere. Chi più di un bimbo non nato? Ma questo – come anche lei dice – pensando con la stessa verità e intensità alla madre e al figlio, e – aggiungo io – senza mai dimenticare il padre. Ebbene sì, abbiamo la speranza di tenere insieme e in salvo tutti, e tutto ciò che davvero conta e vale. Ma continuo a credere che, persino in un mondo distratto e follemente percorso e percosso da logiche egoistiche, abbiamo un vantaggio strategico straordinario: ogni vita umana stroncata è una sconfitta per tutti, ogni vita umana accolta e valorizzata è una vittoria di tutti. Noi siamo quelli del segno "più" (che accettiamo come un dono, con spirito da mendicanti, e non rinunciamo a cercare e a costruire, con fatica dura e allegra da artigiani). Noi siamo quelli che sanno che ogni segno "meno" nella tragica contabilità dell’aborto è un segno buono. Non riesco a credere, gentile amico, che siamo davvero al punto di dover ripetere anche a noi stessi che il bene – quando accade, anche dentro una storia amara e terribile – non è mai un male.