Opinioni

I dati dell’Istat. Senza la forza e la comprensione della maternità c'è solo declino

Eugenia Roccella martedì 15 marzo 2022

Le iniziative per discutere su come mettere un freno al crollo della natalità in Italia si moltiplicano, dalla Giornata per la vita nascente agli Stati Generali per la natalità, ma intanto l’inverno demografico diventa sempre più gelido, e di bambini ne nascono sempre meno. Nei due anni di pandemia il calo di popolazione, contando anche l’effetto dell’aumento di morti dovute al Covid, è stato di 616.000 unità, mentre le nascite hanno segnato un’ulteriore diminuzione dell’1,3%.

I dati Istat sulla natalità ci propongono sempre nuovi record negativi: nel 2021 per la prima volta la cifra dei nati è sotto i 400.000. La curva che delinea la dinamica demografica in questi due anni disegna anche la caduta della speranza, della fiducia nel domani. La pandemia, che avrebbe potuto farci riscoprire la forza consolante e necessaria degli affetti, si è verificata in un’epoca in cui le reti familiari e di prossimità sono indebolite, smagliate, in cui si vive sempre di più rinchiusi nella propria solitudine. Secondo altri dati Istat, diffusi pochi giorni fa, le famiglie monoparentali aumentano, e non più soltanto nelle grandi metropoli del Nord, ma anche nel Mezzogiorno.

Non si tratta solo di anziani, ma anche di giovani, e del resto un’ancora recente, e impressionante, indagine della Fondazione Donat Cattin, ci ha informato che la maggioranza degli italiani tra i 18 ed i 20 anni, cioè il 51%, immagina il proprio futuro senza figli. Tra questi il 31% stima che a 40 anni avrà probabilmente un rapporto di coppia, ma un ulteriore 20% ritiene di rimanere single. La guerra in Ucraina, con lo spettacolo di tragedia e distruzione che ci investe quotidianamente, rende il clima di incertezza e paura ancora più assillante, e l’immagine della donna incinta morta a Mariupol con il suo bambino ci perseguiterà a lungo.

Combattere la denatalità oggi più che mai vuol dire agire per riaccendere la speranza, senza la quale il paese si accartoccia su se stesso, incapace di vero sviluppo. Si è spesso ricordato come in altri tempi i figli si continuassero a fare anche sotto le bombe, e come il boom demografico degli anni Sessanta del Novecento fosse il frutto di una ritrovata vitalità, della capacità di progettare il domani. Ma oggi non sappiamo più reagire alla paura. I provvedimenti economici di sostegno alla genitorialità, la conciliazione tra lavoro di cura e lavoro extradomestico, l’assegno unico o la fiscalità di favore per le famiglie, i servizi sociali e tutte le buone pratiche che le amministrazioni, gli enti privati, le aziende riescono a mettere in campo per arginare il calo delle nascite, non possono avere che un successo parziale se non si interviene anche sul piano culturale.

Dobbiamo gettare un ponte sopra la voragine che si è aperta tra noi e i nostri desideri profondi, tra gli stili di vita dominanti e le paure ancestrali che tornano prepotentemente a farsi sentire. Avevamo quasi dimenticato che la fragilità è connaturata alla vita umana, che l’estensione dei diritti non copre la precarietà esistenziale, che la stabilità degli affetti è un potente antidoto al vuoto di senso che ci minaccia, che la solidarietà e la cura riscaldano anche chi le offre. Avevamo anche quasi dimenticato che questi sentimenti sono profondamente collegati alla maternità: è nell’unione simbiotica tra madre e figlio, anzi è già nel corpo materno, che impariamo a non sentirci soli, gettati nel mondo.

È attraverso il rapporto con la madre che si fa esperienza dell’amore gratuito, che poi riusciamo a proiettare intorno a noi, costruendo una comunità solidale. L’immagine che più di tutte, anche per i non credenti, incarna la simbologia del materno, il misterioso potere femminile di dare e custodire la vita, è la Madonna con il bambino in braccio. Le donne ucraine che scappano dalla guerra con i loro figli non offrono un’immagine di debolezza, ma di coraggio, di capacità di affrontare le paure e l’orrore, per tutelare la vita e averne cura. Questa è la speranza che dobbiamo coltivare, se vogliamo tornare ad aprirci con fiducia al futuro.