Opinioni

Ridurre a cinque i tipi di contratto? Un passo rischioso. Lavoro, tentare una semplificazione significa soltanto complicare

Francesco Riccardi giovedì 5 gennaio 2012
Ma davvero la Cgil, il Pd e perfino alcuni esponenti del governo pensano che l’intero mondo del lavoro possa essere racchiuso in 4, o al massimo 5, forme contrattuali? Se così fosse ci sarebbe da tremare, perché sparirebbero molte tipologie di occupazione non solo garantite da norme chiare e contratti nazionali, ma assolutamente necessarie. Chi insiste, come la Cgil e alcuni giuslavoristi, a sottolineare che attualmente esistono 46 forme contrattuali, gridando allo scandalo, in realtà gioca coi termini e mette nel conto anche le "varianti" di uno stesso contratto. Così, ad esempio, di contratto dipendente a tempo indeterminato ne conteggia 4 tipologie (standard, part-time orizzontale, part-time verticale, part-time misto) e altrettante per quello a tempo determinato, altre 5 sotto­categorie invece per il contratto a chiamata, quello utilizzato in particolare da alberghi e ristoranti per le esigenze occasionali. Così facendo si fa presto ad arrivare a «46 contratti diversi». L’altra bufala propalata dalla Cgil e da studiosi poco studiosi è che questa proliferazione sia stata provocata dalla legge Biagi. In realtà la norma che porta il nome del giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse non ha aggiunto alcuna forma contrattuale che già non esistesse (magari con altro nome) regolandole semmai in maniera più stringente, come non si stanca di testimoniare lo stesso senatore Pd Pietro Ichino. Se comunque si prova a scorrere l’elenco delle 46 forme, ci si accorge di come 26 riguardino il lavoro subordinato, solo 4 i parasubordinati, 5 i lavoratori autonomi mentre 11 sono i rapporti speciali. La Cgil e una parte del Pd non lo esplicitano mai, ma quando sostengono che le forme contrattuali vanno limitate a 5 intendono solo quelle subordinate e parasubordinate o intendono cancellare anche i regimi speciali e quelli autonomi? Perché nel caso dovrebbero spiegare con chiarezza che sarebbero intenzionati a far sparire gli agenti di commercio e tutte le partite Iva (genuine), oppure che verrebbero cancellati tutti gli stage (che peraltro non sono 'contratti di lavoro') e perfino i tirocini per disoccupati e categorie svantaggiate, che pure sono stati reclamati a gran voce proprio dalle parti sociali per favorire il reinserimento di questi soggetti deboli. E ancora, vogliono togliere la possibilità ai cassaintegrati di rimpolpare le entrate in modo legale attraverso il pagamento con voucher di lavori occasionali? Non lo crediamo e dunque alle «5 forme contrattuali» che propongono ne vanno aggiunte almeno altre 16. Non basta, perché come abbiamo visto il contratto da dipendente a tempo indeterminato ha 4 varianti solo per il part­time. Che neppure la Cgil nella sua furia iconoclasta pensa di abolire. Ma il part-time dovrà riguardare anche quella forma di contratto a termine che lo stesso sindacato e il Pd intendono conservare e così arriviamo già a 24 tipologie. E poi scusate, dopo gli ottimi risultati che ha prodotto, è impensabile cancellare il lavoro interinale che esiste in tutta Europa, così come il telelavoro oggi assai richiesto, le tre tipologie di apprendistato e un contratto di inserimento che la stessa Cgil dice di voler salvaguardare. E così siamo saliti già a 30 forme contrattuali. Potremmo proseguire, perché non siamo così sicuri che i lavoratori apprezzerebbero la scomparsa anche solo della possibilità di fare job sharing, cioè condividere con un altro (anche un familiare) lo stesso posto di lavoro. Non a caso il contratto integrativo della Luxottica lo promuove nelle sue fabbriche. Alla fine, se si vuole essere onesti fino in fondo, saremmo più vicini alla cancellazione di 5 o 6 forme contrattuali lasciandone in vita 40, che non al contrario. Ma, soprattutto, finora si è ragionato senza tener conto delle esigenze delle imprese, che pure di gran parte di quelle forme di lavoro evidentemente hanno bisogno. Anzitutto per questioni organizzative, dettate dall’evolversi della competizione. Il vero nodo sta qui: pensare di rispondere in maniera semplicistica a questioni complesse può rivelarsi un azzardo. Semplificare potrebbe, per paradosso, complicare ulteriormente e irrigidire il sistema. Col possibile risultato di limitare drasticamente le già scarse occasioni di lavoro. O, peggio, tornare ad allargare l’area del lavoro nero.