Opinioni

Il decreto anti-crisi. Se non è un inizio rischia l'inefficacia

Francesco Riccardi sabato 29 novembre 2008
Sarebbe facile bocciare la manovra economica del governo con un secco «insufficiente». Se si guarda alla situazione delle famiglie italiane, alla crisi che grava sulle imprese e che colpirà decine di migliaia di lavoratori, infatti, si riscontra tutta la distanza tra i bisogni e le risposte. Non sarebbe corretto, però, giudicare il decreto legge a prescindere dalla situazione generale del Paese, gravato da un debito che non ha eguali fra i partner europei e più ancora da un'arretratezza ormai insopportabile sul piano delle politiche sociali. Perché la crisi morde oggi un'Italia alla quale mancano le basi, solide fondamenta sociali: non ha mai avuto una politica fiscale per la famiglia, tutela male chi perde un lavoro a tempo indeterminato e non protegge affatto i giovani con occupazione temporanea; è priva di strategie "ordinarie" di contrasto alla povertà. È in questo quadro generale, quindi, che occorre inserire i provvedimenti presi dal governo per poterli leggere in maniera non impressionistica. Partiamo dalla tutela dei lavoratori: l'incremento dei fondi per la cassa integrazione in deroga (quella che viene concessa ai dipendenti normalmente esclusi) e il nuovo bonus per i collaboratori sono certamente passi positivi, per quanto estremamente limitati. Ma rivelano una volta di più la necessità di riformare completamente il sistema degli ammortizzatori sociali individuando uno strumento di tutela universale per tutti coloro che perdono un'occupazione. Ragionamento simile riguardo al bonus per le famiglie: 200 o 1.000 euro una tantum possono al più alleviare alcune situazioni critiche, non certo modificare le situazioni (ma se questa è «elemosina», come taluni sostengono, che cosa fu il «bonus incapienti» da 150 euro varato dal centrosinistra nel 2007?). Va colta la filosofia sottesa all'intervento, però. Parametrare gli aiuti in base al numero di componenti il nucleo, con tetti crescenti di reddito complessivo, significa infatti iniziare a ragionare assumendo la famiglia come soggetto. Da qui occorre ripartire per progettare finalmente la riforma organica del fisco, attraverso il sistema del quoziente o delle deduzioni crescenti per i familiari a carico. Ancora, iniziative come la social card sono apprezzabili solo se non restano fini a se stesse, ma vengono inquadrate in una più complessiva strategia di lotta alla povertà, per la quale occorrono risorse e progetti definiti. Qui si staglia il vero crinale di giudizio: se questa è una manovra strettamente congiunturale tutt'al più tamponerà qualche falla, offrendo alcuni mesi di ossigeno alle situazioni maggiormente critiche, finendo poi per spegnersi come una fiammella esposta al vento. Se, viceversa, il ventaglio delle misure e le modalità scelte indicano altrettanti filoni sui quali il governo si impegna " subito " a mettere in cantiere riforme vere, strutturali, allora si può intravedere un percorso più definito di uscita dalla crisi e di avanzamento per il Paese. Il ministro Giulio Tremonti ha finora scelto di non gravare in maniera significativa il deficit pubblico per evitare, non tanto sforamenti dei parametri europei, quanto contraccolpi pericolosi sui tassi e sul piazzamento dei nostri titoli di Stato. I margini sono stretti e la prudenza non è affatto ingiustificata. Le aperture della Ue da un lato e la solidità di governo e maggioranza dall'altro, però, dovrebbero permettere di impostare una svolta forte già dal prossimo Dpef di primavera. Perché altrimenti se non ora, se non nel 2009, quando mai si potrà?