Opinioni

Pacchetti «dissuasivi» e ipocrisie di governo. Se il fumo fa così male vietiamolo del tutto

Ferdinando Camon mercoledì 22 luglio 2015
Ma se 'il fumo fa male', 'nuoce gravemente alla salute', 'danneggia te e chi ti sta vicino', 'aumenta il rischio di cancro ai polmoni', 'favorisce l’impotenza', 'ostruisce le arterie' e (da adesso partirà anche questo avvertimento) 'aumenta il rischio di cecità', perché lo Stato vende le sigarette e ne rivendica il monopolio? Lo Stato ha nella Costituzione il compito di proteggere la salute dei cittadini, ottempera a questo dovere se fa vendere ai cittadini prodotti velenosi limitandosi a informarli che sono velenosi?  A quanto pare in questa settimana il Consiglio dei ministri esaminerà (e prevedibilmente approverà) la bozza di decreto legislativo che aumenta la messa in guardia dei fumatori verso i danni prodotti dal tabacco. Sui pacchetti si vedranno anche radiografie con i polmoni incatramati dalla nicotina.  Si vedranno occhi dilatati, come li vede l’oculista quando li scruta da vicino, con l’avvertenza che il fumo incrementa la cecità. Immagini e scritte si faranno più terrificanti. E più grandi: finora il pacchetto era coperto dall’immagine scoraggiante nella misura del 35% (esattamente: dal 30 al 40%), adesso la dimensione salirà al 65%. Il doppio. Evidentemente gli psicologi si saranno accorti che anche l’occhio del fumatore ha contratto la dipendenza, cioè vede quel che gli è piacevole vedere, la forma del pacchetto, la doppia fila di sigarette pronte per essere estratte, le 'grazie' dei caratteri tipografici, diversi da marca a marca; non vede ciò che gli dà fastidio, il monito lugubre o funebre. La confezione del pacchetto di sigarette agisce nella mente del consumatore come la scatola di medicine sul paziente: sì, c’è scritto che fa o può fare anche male, ma tu la compri perché hai un problema e sai o credi che quella confezione lo risolva Nel bugiardino di certe medicine fino a qualche anno fa c’era scritto che tra gli effetti dannosi ci può essere anche l’exitus (morte). Perché si usava una parola dal latino? Per rendere più solenne l’ammonimento o per renderlo più oscuro? Più oscuro, evidentemente. Se il malato pigliava quella medicina e moriva, l’azienda poteva dire: 'Io l’avevo avvertito'. Ma è chiaro che informandolo in latino non lo informi ma lo disinformi. Non so se qualche azienda abbia avuto dei guai per questo. Mi piacerebbe di sì.  Un altro trucco era quello di scrivere in caratteri più piccoli le informazioni negative. Come si fa nei contratti di assicurazione. Vedendo i caratteri più piccoli, tu pensi che lì ci siano informazioni meno importanti, e le salti. Errore: quando si va in causa, si litiga sempre per le informazioni 'nascoste' sotto quei caratteri minuti. Il ministero della Salute lo sa, e per questo chiede che la dimensione delle figure e delle parole che avvertono sulla dannosità del fumo sia raddoppiata.  Ma è una soluzione pilatesca: se tu, Stato, sai che entro i tuoi confini i morti per fumo sono circa 80mila all’anno, non puoi continuare a permettere la vendita di un prodotto letale, premunendoti con la dichiarazione: 'Vi avverto che 80mila di voi quest’anno moriranno'. Il fumo è il perfetto esempio di un tossico in libera vendita, che fa male ma continua a essere venduto perché lo Stato ci guadagna. Che senso ha dire: 'Non faremo più pacchetti economici da 10 sigarette, così scoraggiamo gli acquirenti'? E che fai, una selezione per censo? O 'Proibiremo di fumare ’in faccia alla gente’', cioè di dar l’esempio? Nasceranno infiniti cavilli, in strada 'è in faccia alla gente o in presenza della gente'? Come per la 'codardia' nella prima guerra mondiale, 'in faccia al nemico' valeva la fucilazione, 'in presenza del nemico' valeva mezzo perdono. No, qui la soluzione è una sola: il fumo fa male? Fa venire il cancro?  Rende ciechi? Facilita l’ictus? Provoca l’impotenza? E allora lo Stato non ne ne permette la vendita, punto e basta.