Opinioni

Nuovi scenari dalla liberazione di Shalit. Se Hamas si svincola dall'abbraccio iraniano

Giorgio Ferrari mercoledì 19 ottobre 2011

Ci sono voluti cinque anni e quattro mesi per riportare a casa il caporale Gilad Shalit. Cinque anni e una contropartita di 1.027 prigionieri palestinesi, di cui una prima tranche di 477 rilasciata ieri dalle carceri israeliane. Il giovane, oggi venticinquenne, era stato sequestrato nel 2006 da un commando delle brigate Ezzedine al-Kassam, braccio armato di Hamas nella striscia di Gaza, e tenuto in ostaggio in quel sovrappopolato lembo di terra palestinese senza che mai i servizi israeliani avessero potuto individuare il suo nascondiglio.Sopra la sua testa è passata l’operazione Piombo Fuso del 2008-2009 e i tanti raid dell’aviazione con la stella di David. La sua prigionia si è conclusa a Rafah, porta d’ingresso Gaza in terra egiziana dopo una trattativa fra il governo israeliano e Hamas mediata dall’Egitto. Sono in molti a considerare la felice conclusione di questo scambio vistosamente sbilanciato (una vita sola contro un migliaio) come un successo personale del premier Benjamin Netanyahu. Certamente lo è – i sondaggi lo premiano: l’ottanta per cento degli israeliani plaude alla riuscita dell’operazione nonostante vengano messi in libertà elementi ostili e pericolosi per la sicurezza del Paese –, ma è vero anche che già il suo predecessore Ehud Olmert avrebbe avuto la possibilità di concludere un negoziato e lo respinse, e che nel corso di questi cinque anni a dominare i tesi rapporti fra Tel Aviv e Hamas è stata unicamente la diffidenza e lo stallo dei negoziati, perfetta metafora di quel fallimento del processo di pace che tuttora si trascina stancamente fra le parti. Non deve sfuggire tuttavia il ritorno sulla scena dell’Egitto del dopo-Mubarak, protagonista di una mediazione che sembrava quasi impossibile, resa ancor più difficile dall’accresciuta influenza dei Fratelli Musulmani sul proscenio politico del Cairo, dai recenti episodi di sabotaggio del gasdotto del Sinai e, su tutto, dall’assalto all’ambasciata israeliana di un paio di settimane fa. Volti nuovi (o seminuovi) hanno sostituito i tradizionali alleati egiziani di un tempo: Israele oggi ringrazia il leader del Consiglio militare Tantawi e il capo dell’intelligence Muwafi, successore di quell’Omar Suleiman un tempo numero due del regime e astuto quanto potentissimo capo dell’intelligence egiziana. Ma anche Hamas ora ha un debito con il Cairo. Da quando cioè la leadership in esilio – segnatamente il duro Khaled Meshaal, ma anche il capo delle brigate al-Kassam Ahmed Jabari – si è trasferita da Damasco alla capitale egiziana, segno evidente di un cambio di residenza di chi non reputa di poter più contare sull’abbraccio sicuro della Siria di Bashir al Assad, infragilita dalla guerra civile e dall’emarginazione mondiale. Non solo. Hamas e i Fratelli Musulmani sono da sempre ideologicamente contigui e non soltanto per la comune osservanza sunnita. Semmai era un marriage blanc, come lo definivano i francesi, quello fra Hamas e gli sciiti di Teheran e perfino con gli alawiti di Damasco, per i quali l’ospitalità e il sostegno finanziario e bellico nei confronti di Hamas erano un fatto di pura convenienza in funzione anti-israeliana. Ora quella duplice unione sembra assai sfilacciata, complice la primavera araba e i molti rivolgimenti in corso. Non ne sono estranei nemmeno gli americani: pochi giorni fa Meshaal ha incontrato il segretario alla Difesa Leon Panetta e certo non solo per mettere a punto i dettagli finali della liberazione di Shalit. In gioco c’è l’uscita di Hamas dall’abbraccio iraniano. E l’ingresso – meglio: il ritorno – nell’orbita dei più malleabili Fratelli Musulmani. Ma anche, questo l’obbiettivo – forse l’utopia – del Quartetto e delle cancellerie occidentali, l’inizio di una stagione di dialogo.