Opinioni

Lettere ad Avvenire. Se aver figli è un lusso c'è qualcosa che non va

Le nostre voci di Marina Corradi mercoledì 12 aprile 2017

Caro Avvenire,
ieri sono tornata da Grenoble, dove per un anno vive mio figlio con la famiglia: si è trasferito per lavoro. Sono nonna di due splendidi nipotini e quindi li ho portati nei diversi parchi della città. Che cura, che attenzione, che spazi dedicati e protetti. Qui si percepisce che i bambini sono la cosa più preziosa per tutti. Non voglio fare analisi, in questi giorni se ne sono fatte tante sul tasso di natalità in Italia. Ma, partendo dalle amministrazioni comunali in su, occorre che si scelga dove spendere le poche risorse. Purtroppo si preferisce sempre di più creare spazi per i cani che aree dedicate per i bambini. Mi domando: i francesi amano di più i bambini? O noi non riconosciamo più ciò che è evidente? Sicuramente stiamo perdendo qualcosa.
Maria Cristina Varenna, Giussano

Gentile signora Maria Cristina, come lei certo sa la Francia è in testa nelle classifiche della natalità europee con circa 2 figli per donna, contro l’1,37 italiano, che ci pone fra i Paesi meno prolifici dell’Unione. Questo primato francese deriva anche dal fatto che a Parigi destinano ben il 3,5 per cento del Pil in aiuti alla natalità e alle famiglie. Un sistema di sussidi, permessi di maternità, incentivazioni al part time fanno sì che le giovani coppie “si fidino” a osare un figlio, o anche due e più. Lei però nota di un fatto ulteriore: in Francia, dice, l’attenzione attorno ai bambini indica che sono, in quel Paese, la cosa più preziosa. Io non so se i francesi amino i bambini più di noi, ma in Francia, dopo che fra gli anni 70 e 80 del secolo scorso si verificò un forte calo demografico, furono presi robusti provvedimenti economici pro natalità, quelli appunto in vigore ora.

Perché in Italia questo non è accaduto? Perché almeno fino a dieci anni fa da noi chi parlava di incentivare la natalità veniva guardato male: restava ancora la antica memoria del “donare figli alla Patria” del fascismo, e la cosa non piaceva. Inoltre, almeno la mia generazione è cresciuta in un comandamento non esplicitamente detto, che diceva: il mondo è già sovrappopolato, non è giusto fare tanti figli. E per me e le mie coetanee, poi, l’imperativo era lavorare e essere autonome, non certo fare tanti bambini. I risultati sono quelli che vediamo.

Oggi in Italia avere un figlio è un atto di coraggio, e un investimento oneroso. Soprattutto se i genitori hanno un lavoro precario, altro fattore che per la natalità è rovinoso. Se sai d’avere lavoro per un anno, dove trovi il coraggio di fare un bambino, che dovrai crescere per almeno vent’anni? Un giorno, anni fa, che camminavo per Milano con i nostri tre bambini, una giovane donna mi apostrofò: «Che belli, signora... Beata lei, che se li può permettere!». In fondo, pensai, aveva ragione. I figli come un lusso. Il che è – o quasi – vero, e però denuncia una svista drammatica sulla famiglia e sulle politiche sociali. Mi chiedo come sarà possibile recuperare il tempo perduto. Ci vorrebbe un sussulto collettivo, una presa in carico comune di responsabilità, un desiderio di continuare nei figli la nostra storia. Intanto, è vero ciò che dice lei: ci sono quasi più aree per cani, almeno a Milano, che parchi giochi.

È molto più facile prendere un cane che avere un figlio. Inoltre il cane non parla, non diventa un adolescente incomprensibile, e ti vuole bene comunque e per sempre. Così che girando per un parco milanese può accadere di sentire una signora gridare, agitata: “Tommaso! Tommaso dove sei! Subito qui!” e tu ti giri, e non vedi alcun figlio nei dintorni. Ma ecco che arriva di corsa, scodinzolante, un labrador, cui è stato dato un nome da bambino.