Opinioni

Il direttore risponde. Scuola, giustizia (e non solo): via veti Sì, ma attenti a dire «meritocrazia»

Marco Tarquinio giovedì 11 settembre 2014
Caro direttore,
in Italia due ambiti negli ultimi venti anni sono stati al centro delle polemiche politiche e di tentativi di riforma: la giustizia e la scuola. Ed ecco in questo autunno si torna proprio a parlare di scuola e di giustizia. E qualunque sia la proposta di riforma, da qualsiasi parte politica arrivi, qualsiasi orientamento in termini di contenuto abbia, due gruppi si sono sempre opposti: i sindacati degli insegnanti e l’associazione nazionale magistrati, cioè il "sindacato" delle toghe. Ma perché queste due categorie avrebbero (e hanno effettivamente avuto) diritto di veto, sino a bloccare due degli ambiti più importanti della "crisi" dell’Italia? La magistratura e la scuola hanno bisogno di riforme a partire dalla gestione dell’organico e dalla meritocrazia fino ad arrivare alle regole per le carriere, dai diritti delle famiglie a decidere liberamente per l’educazione dei figli a quelli dei cittadini di avere un processo in tempi giusti.
Luca e Paolo Tanduo
Con questa lettera, cari amici, andate rapidamente al punto, mettendo il dito su un nervo scoperto, anzi su due. Condivido lo spirito che vi anima e le vostre conclusioni, ma con un… emendamento. So che le parole possono assumere significati più belli (o più brutti) di quelli originari, eppure faccio sempre fatica a parlare di «meritocrazia», che significa letteralmente "potere di quelli che hanno merito". Credo che in ogni settore la valorizzazione di coloro che sono bravi a fare il proprio mestiere (anche nella scuola, anche in magistratura) sia naturale e saggio e, dunque, indispensabile. Ma associare il merito al potere mi dà uno sgradevole brivido, soprattutto se penso alla società imperfetta eppure infettata dall’ideologia del "perfettismo" nella quale oggi viviamo. Sarà difficile, difficilissimo riformare un vocabolario ormai in voga, ma per vaccinarci è forse utile andare, appunto, alle origini, ricordando la genesi di quel termine. Lo coniò, unendo una parola inglese e una greca, il sociologo britannico Michael Young nel 1958 (l’anno in cui sono nato, e per me è sempre stato un motivo in più per non dimenticare questa storia…). Era già nel titolo di un saggio polemico – The rise of Meritocracy, "L’avvento della Meritocrazia" – nel quale ragionava di una società governata da persone dal quoziente intellettivo altissimo e da queste portata alla rovina... Noi cristiani sappiamo e non dovremmo mai dimenticare che i talenti non vanno sprecati né sotterrati, ma soprattutto non possono "produrre" solo per noi stessi. Giusto premiare chi ben fa (è anche il meccanismo base del consenso democratico, o – meglio – dovrebbe esserlo), ma senza orientare le risorse pubbliche soltanto in questa direzione. Sul tema, a più voci e sensibilità, ragioniamo da tempo sulle nostre pagine. E sono certo che l’attualità ci sospingerà a farlo ancora.