Opinioni

Dopo il possibile successo militare serve una pace positiva. Sconfiggere il Daesh non è ancora vincere

Riccardo Redaelli domenica 12 giugno 2016
Dopo il possibile successo militare serve una pace positiva La marea è infine cambiata e le milizie del califfato di Daesh sono ora sulla difensiva, quando non in vera rotta. Come sta avvenendo in Libia, dopo la riconquista di Sirte da parte delle milizie che appoggiano il governo di unità nazionale del premier Sarraj. Ma il cerchio si va stringendo anche al cuore del feroce califfato di al-Baghdadi, i cui territori in Siria e Iraq si riducono sempre più.Sono lontani gli anni in cui affluivano da ogni dove migliaia di volontari sotto le sue nere insegne, mentre i vertici dell’organizzazione potevano contare su grandi risorse finanziarie. Al contrario, ora molti miliziani cercano la fuga dalle zone di guerra, al pari di tanti civili sunniti che avevano scelto di vivere nei suoi territori. Si sono altresì ridotti gli ambigui comportamenti di tanti attori locali (privati, fondazioni religiose, apparati statali di potenze regionali) che a parole condannavano la follia estremista di Daesh, ma sottobanco non disdegnavano aiuti tattici.La sua sconfitta, insomma, non sembra più impossibile per i doppi e tripli giochi dei protagonisti della scena mediorientale. E ciò è oggettivamente un fatto positivo. Daesh rappresenta infatti un cancro fuoriuscito dall’interpretazione più fanatizzata dell’islam che deve essere estirpato. Ma non cadiamo nella trappola del gioire di una probabile vittoria militare: sconfiggere le milizie di Daesh non significa vincere. Sarebbe illusorio e pericoloso ritenere che la vittoria sia rappresentata dal successo militare; al contrario essa viene solo dalla creazione di una vera e durevole pace positiva. L’obiettivo a cui dobbiamo puntare è molto di più della sconfitta del nemico: implica il lavorare con i governi e le società del Medio Oriente per rimuovere le cause profonde che producono Daesh. E al-Qaeda prima di esso. Quando saranno riconquistate completamente Falluja, Mosul, la stessa Raqqa non si dovranno compiere gli errori commessi in questi anni in Siria, Iraq, Yemen e Libia. Non bisognerà accanirsi sulle popolazioni sunnite e sugli individui che in qualche modo hanno guardato con favore all’esperienza jihadista, ma bisognerà cercare di capirne le motivazioni. Ragioni legate al senso di straniamento dai propri governi, o alle politiche settarie che hanno trasformato le comunità arabo-sunnite e quelle arabo-sciite in nemici mortali e hanno schiacciato e scacciato le mioranze, specialmente cristiane e yazide. Si dovrà lavorare per spingere Arabia Saudita e Iran a un compromesso politico, sapendo bene quanto sia difficile, ma rifiutando l’idea di chi non vuole agire perché 'tanto è impossibile'. È fondamentale far comprendere al governo di Baghdad che le milizie sciite hanno, sì, salvato la capitale in questi anni, ma non possono essere la soluzione per il futuro dell’Iraq, perché le milizie non sono mai i difensori della democrazia. Non è la repressione delle minoranze ma la loro inclusione a offrire l’unica strada per una pacificazione duratura.Tante volte abbiamo sottolineato la follia del credere che per cacciare Assad si potesse fare leva sugli assassini di al-Qaeda e di Daesh. Ma ora non dobbiamo cadere nell’errore opposto: il dittatore di Damasco non può essere il futuro della Siria. Senza umiliare i suoi sostenitori e riconoscendo gli interessi di chi lo sostiene, l’Occidente può e deve giocare con abilità la partita della sua successione. Il che non significa certo dar retta a certi governi sunniti che ritengono che le milizie di al-Qaeda ( Jabhat al-Nusra) siano un’alternativa accettabile per controllare Raqqa e tener buone le tribù sunnite.Bisogna insomma capire che la mancata risoluzione dei problemi di fondo del settarismo, così come della corruzione enorme che umilia i popoli e arricchisce in modo scandaloso i governanti, produrrà sempre frutti avvelenati. Anni fa, in Afghanistan, il generale McChrystal – comandante in capo di Isaf – disse che la Nato non era nel Paese per «ammazzare taleban», ma per aiutare gli afghani a ritrovare la stabilità. E di questo dobbiamo essere convinti anche noi. Non dobbiamo sterminare gli jihadisti, ma togliere l’acqua che fa crescere i loro frutti avvelenati. In Medio Oriente come nelle periferie delle città europee.