Opinioni

A proposito di controlli e divieti. Smart phone, emiri e democrazia

Fulvio Scaglione mercoledì 4 agosto 2010
Bloccati da metà ottobre negli Emirati Arabi e da fine agosto in Arabia Saudita. A rischio in India, dove è in corso una trattativa tra il Governo e la Rim, l’azienda canadese che lo produce, replica perfetta di una crisi che si era prodotta già nel 2007. Il Blackberry, lo smart phone preferito da Barack Obama e da milioni di uomini d’affari (nei soli Emirati ce ne sono più di 500mila attivi, su una popolazione di 4 milioni e mezzo di persone; in Arabia Saudita quasi altrettanti) è sotto attacco proprio a causa della sua affidabilità. Le sue mail, infatti, non viaggiano liberamente su Internet, come avviene per gli altri smart phone, ma attraverso server esteri gestiti direttamente dalla Rim. Quindi non possono essere monitorate, con «grave danno» per le esigenze di sicurezza nazionale. Questo è quanto dicono i Governi che, nel giudizio comune, sono diventati subito aspiranti «censori». È più che probabile che tale intento non manchi, soprattutto nei sultanati del Golfo, sottoposti a grandi pressioni internazionali e comunque abituati a tenere sotto controllo anche gli affari privati dei cittadini. Ma siamo sicuri che il problema si risolva in questo? In altre parole: siamo sicuri che sia meglio convogliare tutta la nostra posta nel cassetto di un privato piuttosto che lasciarla a disposizione delle reti elettroniche intercettabili dai governi? Prima di rispondere, ricordiamo il caso Swift del 2007-2008. Il consorzio che produce l’omonimo codice, in base a cui vengono effettuate le transazioni bancarie internazionali, fu costretto dal Governo Usa a trasferire tutte le informazioni alle sue agenzie di sicurezza, alcune note solo alla Casa Bianca. L’Unione Europea si oppose, la Swift trasferì la sede a Bruxelles ma intanto il danno era stato fatto. Un analista della Cia, se vuole, oggi è in grado di dirvi come si sono mossi i miei poveri risparmi. E anche i vostri. La Rim, l’azienda che produce il Blackberry e ne gestisce il traffico, è canadese ma il caso è potenzialmente simile. È quindi lecito chiedersi se la sicurezza invocata da certi Governi non coincida, almeno per una volta, con l’interesse più vero e profondo dell’utente. Se non si è terroristi, è forse meglio che le nostre mail finiscano a disposizione di tutti che non di uno solo incontrollabile. Detto questo, è indubbio che l’evoluzione rapidissima della tecnologia porta con sé problemi sempre nuovi che, influenzando la percezione collettiva della realtà, rischiano di modificare nel profondo il rapporto tra i Governi e i cittadini. In Occidente abbiamo visto tutto e il contrario di tutto: dai bombardamenti Nato nei Balcani, ritoccati in video, alle foto del carcere di Abu Ghraib in Iraq, che non sarebbero mai uscite se non fosse stato così facile scattarle col telefonino e poi spedirle in Rete. Per questi fenomeni contrastanti noi abbiamo il regolatore supremo: la democrazia. Il "caso Blackberry", quindi, segnala anche il disagio dei Paesi che la nostra democrazia la rifiutano, ma intanto pretendono di scegliere fior da fiore i prodotti più attraenti della nostra civiltà. E se noi non fossimo stati liberi di parlare e di comunicare non avremmo certo inventato, oltre al resto, gli smart phone... Nascono problemi? Qui li risolviamo dibattendo. Altrove proibendo. Ma dibattere si può all’infinito, mentre le proibizioni hanno un limite, come ben c’insegna il caso dell’Urss. Ogni Cina ha il suo Google, ogni Iran il suo Twitter. Sarà un caso ma oggi in Cina si sciopera e in Iran si contesta il regime come non mai.