Opinioni

Il vescovo martire. Oscar Romero sarà beato il 23 maggio

Stefania Falasca mercoledì 11 marzo 2015
La data della beatificazione di Oscar Romero è stata fissata: la cerimonia si svolgerà a San Salvador il prossimo 23 maggio. Lo rende noto oggi, nel corso della sua visita in Salvador, monsignor Vincenzo Paglia, postulatore della causa dell’arcivescovo martire. Si conclude così con gli onori degli altari il lungo e travagliato corso della causa di canonizzazione del pastore assassinato in odio della fede il 24 marzo 1980.  Ed è certamente significativo che la comunicazione ufficiale del giorno della solenne celebrazione, che sarà presieduta dal prefetto della Congregazione delle cause dei santi, sia stata scelta proprio alla vigilia di un’altra ricorrenza: quella dell’assassinio del gesuita salvadoregno Rutilio Grande, avvenuto il 12 marzo 1977, tre anni prima la morte di Romero. Padre Grande, crivellato di colpi insieme a due campesinos mentre si recava a dire la Messa in una zona rurale, è stata la prima vittima della serie di delitti contro il clero, la prima della violenta persecuzione in un Paese governato da un’oligarchia che si professava cattolica.  Anche per il sacerdote gesuita è ora in corso la causa di canonizzazione, istruita dalla diocesi salvadoregna ai primi di gennaio. Ed è intenzione della Chiesa centroamericana condurre questa causa parallelamente a quella di Romero verso il pieno riconoscimento della santità. Il motivo è questo: lo «stretto legame che li unisce in una prospettiva teologica e pastorale», perché, come afferma monsignor Paglia, «è impossibile comprendere Romero senza comprendere Rutilio Grande».   Quella di padre Grande è una figura chiave nella quale s’illumina e si riflette a fondo l’azione e la conversione pastorale di Romero in quel difficile e controverso frangente storico in favore della difesa degli oppressi, dei poveri e della giustizia sociale. La sua morte segnò profondamente gli ultimi tre anni della sua vita.  Romero lo aveva conosciuto nel 1967 nel seminario di San Josè de la Montana, dove padre Rutilio insegnava. «Pur esitante nelle amicizie intime con altri ecclesiastici, Romero strinse con lui un rapporto di amicizia fraterna, di fiducia, che segnò i momenti importanti della sua vita», afferma nella biografia Primero Dios (Mondadori) lo storico Morozzo della Rocca. Padre Rutilio fu maestro di cerimonie alla sua consacrazione episcopale nel 1970.  Egli lo sentiva come un fratello, lo considerava un uomo di Dio. Era un gesuita non di origini iberiche, come molti suoi confratelli in Salvador, diverso dal gruppo dei gesuiti accademici dell’Università Centroamericana (Uca) – l’istituzione salvadoregna dove l’alta cultura impartita mirava a formare la classe dirigente alternativa chiamata a cambiare il Paese – da Rutilio chiamati scherzosamente «maestri d’Israele». Non condivideva il pensiero teoretico di padre Ignacio Ellacuria, l’intellettuale per eccellenza dei gesuiti in Salvador che teorizzava e perseguiva un progetto di cambiamento politico riformista del Paese. Rutilio non voleva coinvolgersi in questi piani che allontanavano dalla realtà.  Scrive un suo confratello: «Riteneva che l’unica soluzione dei mali del Salvador, la cui anima era rurale, fosse la comunicazione del Vangelo tra il popolo e con il popolo dei contadini. Aveva la convinzione, nata da un’ispirazione d’amore, che la sequela di Gesù e il Vangelo potessero portare a un cambiamento più profondo delle persone e delle strutture che non qualsiasi programma politico».  Nel 1972 rinuncia al lavoro accademico, lascia la capitale, sente di seguire ciò che Dio gli indica in quel momento: andare a vivere poveramente fra i campesinos di Aguilares, nel paese dove era nato. Non si tratta, quindi, di una scelta per motivi sociologici o politici. I motivi dell’opzione sono teologici: «Perché è Dio che ama e preferisce i poveri, perché è a loro che è concessa la sua prima misericordia», afferma. «Si tratta – aggiunge – di non mutilare Cristo e accettare la centralità dei poveri così come la presenta il Vangelo e di riconoscerli come veri costruttori del Regno di Dio, accettare che attraverso di essi debba fondarsi il regno di Dio», e in questo, per Rutilio, «era in gioco la fedeltà alla Chiesa, a Cristo». La pastorale che animava padre Rutilio significava perciò leggere la realtà alla luce del Vangelo e accompagnare l’azione liberatrice di Dio in mezzo al popolo. Cercò così fedelmente la strada per la liberazione integrale del suo popolo, dei campesinos, portando e ricevendo fino in fondo la novità evangelica senza cadere nei riduzionismi delle ideologie.  «La liberazione che padre Grande predicava s’ispirava alla fede», afferma Romero al funerale di Rutilio. «La liberazione che termina nella felicità di Dio, la liberazione che inizia dal pentimento per il peccato, la liberazione fondata su Cristo, unica forza che salva: questa è liberazione che Rutilio Grande ha predicato.... magari la conoscessero i movimenti sensibili alla questione sociale. Non si esporrebbero all’insuccesso, alla miopia che fa vedere le cose temporali, strutture del tempo. Finché non si vive una conversione del cuore... tutto sarà debole, rivoluzionario, passeggero, violento. Non cristiano». Quello che Romero fece proprio di quel sacerdote missionario è la conversione pastorale conforme al paragrafo 28 della Evangelii nuntiandi. E certamente l’assassinio di padre Rutilio determinò in lui uno spirito di fortaleza, come la chiamò egli stesso. Una coscienza di dover agire in quel momento con più coraggio e richiamando all’amore evangelico nella vita sociale.   Al suo funerale, di fronte a una folla enorme, Romero sottolineò la motivazione d’amore che aveva guidato Rutilio nel vivere il Vangelo tra i campesinos: «L’amore vero è quello che porta Rutilio Grande alla morte mentre dà la mano a due contadini. Così ama la Chiesa: con loro muore e con loro si presenta alla trascendenza del cielo. Li ama. È significativo che mentre padre Grande sta andando verso il suo popolo per portare l’Eucaristia e il messaggio della salvezza, proprio allora cade crivellato. Un sacerdote con i suoi contadini, verso il suo popolo per identificarsi con loro, per vivere con loro, non per ispirazione rivoluzionaria, ma per ispirazione d’amore, e precisamente perché è amore quello che ci ispira, fratelli...».  Papa Francesco ha avuto modo di incontrare questo suo confratello negli anni Settanta: «Ho conosciuto Rutilio Grande una volta in una riunione di latinoamericani, tuttavia non parlai con lui. Dopo la sua morte me ne interessai molto. Lasciò il 'centro' per andare alla periferia. Un grande».