Opinioni

L’accordo in Siria e il «ritiro» dell’Occidente. Rivoluzioni arabe: esaurita la spinta propulsiva?

Vittorio E. Parsi venerdì 4 novembre 2011
È estremamente difficile e pericoloso tracciare un primo provvisorio bilancio delle rivoluzioni che da circa un anno stanno interessando tanta parte del mondo arabo, e però appare altrettanto necessario, se vogliamo provare ad avanzare qualche ipotesi sul loro futuro. In tal senso, proprio nelle settimane recenti, segnali positivi si sono incrociati con altri decisamente più inquietanti, gli uni intrecciati agli altri in un susseguirsi di valutazioni talvolta eccessivamente allarmate talaltra superficialmente ottimistiche.Così, alla definitiva uscita di scena del colonnello Gheddafi, inevitabilmente cruenta, ha fatto seguito l’ordinato e partecipato svolgimento delle elezioni tunisine. D’altronde, le dichiarazioni del numero uno del Cnt libico Jalil sulla poligamia e sulla sharia come fonte del diritto della nuova Libia hanno destato perplessità non solo in Occidente, mentre crescono le preoccupazioni per il seguito di cui sembrano godere i salafiti in Egitto. E soprattutto sulla Siria, però, che si concentra l’attenzione degli osservatori. Il Paese riveste un’importanza cruciale sia per gli equilibri del Levante (dal Libano all’Iran) sia per il conflitto arabo israeliano, sempre a rischio di riacutizzarsi. È di pochi giorni fa la visita di una delegazione della Lega araba a Damasco, latrice di una proposta di mediazione qatariota che apparentemente lascia il tempo che trova. Assad ha ovviamente accolto positivamente l’invito a instaurare un dialogo con l’opposizione nazionale (affermazione ripetuta fin qui almeno una mezza dozzina di volte e mai seriamente attuata) e contemporaneamente ha continuato a fare sparare i suoi tank sulle folle ostili. Le opposizioni, dal canto loro, hanno ormai varcato il Rubicone e da Istanbul fanno sapere di non essere disponibili a parlare con il presidente. Dietro questo copione insieme tragico e ritrito, la sensazione è però che Assad abbia segnato un punto. La visita della delegazione della Lega a Damasco rompe di fatto il duro isolamento diplomatico a cui il regime era stato condannato e riporta i termini del discorso alla ricerca di una via d’uscita dalla crisi che non implichi l’abbandono del potere da parte del dittatore siriano. Questi, nelle ultime settimane, è riuscito a esibire un appoggio popolare, più o meno sincero, ma sicuramente ben superiore a quello che ci si aspettasse. La situazione è sempre in stallo, è vero – perché comunque le manifestazioni ostili proseguono da mesi nonostante le decine di morti giornalieri che la repressione provoca – ma il regime pare aver sorpassato la crisi più pericolosa per la sua sopravvivenza: e di questo gli altri Paesi arabi (sauditi in testa) stanno prendendo atto. In questi mesi, d’altronde, molti si devono essere posti il problema del che cosa sarebbe potuto succedere qualora Assad avesse dovuto abbandonare il potere e il Paese.

La prospettiva di un caos perfino peggiore di quello libico deve aver raggelato il sangue dei capi di Stato della regione. In Siria, il partito Baath ha infatti proceduto secondo lo schema classico visto all’opera in molti regimi: lo svuotamento progressivo delle istituzioni e la loro progressiva trasformazione in organizzazioni di partito. A questa dinamica, in circa 40 anni di potere personale, la famiglia Assad ha aggiunto la totale occupazione clientelare delle posizioni di vertice del Baath e dello Stato, al punto che un crollo del regime lascerebbe il Paese privo di qualunque istituzione funzionante.

Occorre segnalare un’altra tendenza che pare emergere in questi concitati mesi. Con l’operazione militare in Libia, l’Occidente ha segnato forse l’ultimo e massimo tentativo di esercitare un’influenza nella regione. Stante l’impossibilità (e l’inopportunità) di ripetere una simile azione, quello che sembra evincersi è che gli eventi regionali proseguiranno lungo una direzione scarsamente influenzabile. Ciò non riguarda solo quel che succede nei Paesi arabi, ma anche la condotta di Israele.

È indicativo dell’impotenza americana il fatto che a 24 ore dalla poco più che simbolica ammissione della Palestina tra gli Stati membri dell’Unesco, Netanyahu abbia annunciato la ripresa degli insediamenti di colonie ebraiche nella parte araba di Gerusalemme, sospesi per poco più di una settimana dal governo, non senza che, in precedenza, il premier israeliano si fosse preso la soddisfazione di umiliare pubblicamente l’amministrazione Obama durante la sua visita negli Stati Uniti.