Opinioni

Questo 2020 con un giorno in più. Risarcimento bisestile il tempo è solo un’idea

Alberto Caprotti venerdì 10 gennaio 2020

Se il tempo è appena un’astrazione, quest’anno 2020 abbiamo un giorno in più per pensarci. Per disconnetterci dalla modalità dell’avere in cui il tempo diventa il nostro padrone, e per provare a vivere la modalità dell’essere, dove invece smette di rappresentare l’idolo della nostra esistenza. Perché siamo fatti di acqua e di ore. Evaporiamo con estrema lentezza: 365 giorni all’anno. Ma con l’errore di uno. L’anno bisestile che stiamo già attraversando con sospetto e timore, aggiusta quell’errore. Rimuove l’imperfezione, risarcisce lo sbaglio di quelle 5 ore, 48 minuti, 46 secondi che il calcolo degli uomini cancella per quattro anni di seguito. Per fortuna c’è, e rimette le lancette al loro posto tra il sole, la luna, e la matematica degli uomini: l’anno bisestile inventa il 366esimo giorno.

Lo infila in coda al mese più corto. Lo chiama 29 febbraio, il giorno che qualche volta c’è anche se persino le filastrocche se lo dimenticano. “Di 28 ce n’è uno” è un falso storico per chi misura tutto sul presente, sull’evidenza che non considera la media e ama le eccezioni. Quest’anno, cadrà di sabato. Quel giorno in più sarà la nostra finestra sul tempo. L’eccezione che svela la trama dei nostri calendari che da molte migliaia di anni gli uomini provano a misurare, descrivere, piegare, senza mai scalfire il mistero della sua sostanza. Molti pensano che quel giorno in più porti male.

Che l’anno intero porti male, come tutte le anomalie in natura. Come se la stravaganza di un numero non fosse un artificio contabile, ma il segno del destino. Non esiste nulla che lo dimostri e confermi il sospetto, ma nessuno cambia idea. Forse perché, come diceva Eduardo, «essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male». In verità, la colpa è solo della luna. Che con le sue notti periodiche, lo spicchio che diventa pieno e poi scompare con perpetua ricorrenza, è da sempre il modo più immediato e universale di calcolare il mistero del tempo. È così da 13mila anni, dal primo calendario conosciuto dell’uomo neolitico che su un osso d’aquila incise le tacche delle fasi lunari. Fascino, luce da seguire, stella che conforta: il tempo le si accoda con la fiducia che si concede a una guida infallibile secondo un disegno sconosciuto, ma incontrovertibile, come fa il destino quando si svela. La scienza nasce da quei calcoli, che cambiano solo a seconda della manifestazione della natura preferita. Per i popoli nomadi era la notte la prima tavola su cui contare il tempo. Per le comunità stanziali è sempre stato il sole, che fa germogliare i campi oppure li rende sterili. Gli egizi, nei loro calendari, aggiunsero le inondazioni del Nilo.

Gli Aztechi, il fuoco dei vulcani. L’unico denominatore comune è che tutti, più o meno, sbagliarono. Perché l’imperfezione dei calcoli resta umana. Come lo sono le conseguenze dell’errore: undici minuti non contabilizzati ogni anno. Il calendario Gregoriano ha unificato il tempo. Introdotto la data. Reso pensabile l’ordine cronologico degli eventi. Fino alle soglie del nostro Novecento, quando la poesia e la psicoanalisi hanno scoperto che il tempo interiore degli uomini non è affatto unico, ma scorre tra il cuore e la memoria a velocità sempre differenti. Il tempo dell’uomo non è un mistero, è una pratica di sentimenti, passione, scelte. È quello il tempo che conta e non scorre. E per quello ognuno ha un calendario proprio, che inaridisce chi non lo possiede. L’altro tempo, quello dei giorni, delle date e delle ore, è stato reso esatto dai calcoli della nuova fisica, ma i matematici dell’ultima generazione dicono che nemmeno questo è perfetto, e che l’anno gregoriano sia in eccesso di tre millesimi di giorno.

Così tra tremila anni ci troveremo con 24 ore di troppo, che obbligheranno ad aggiungere un nuovo anno bisestile alle nostre imperfette procedure. Forse allora, chi ci sarà potrà dar ragione a Dostoevskij: quando l’uomo raggiungerà la felicità, il tempo non esisterà più, perché non ce ne sarà più bisogno. Il tempo è solo un’idea. Che si spegnerà nella mente.