Opinioni

Denatalità. Il crollo delle nascite richiede scelte coraggiose e responsabili

Gian Carlo Blangiardo martedì 14 luglio 2020

Ancora una volta si deve ammettere che le prime anticipazioni sul bilancio demografico del 2019, pur disegnando uno scenario che vedeva un ulteriore nuovo record al ribasso sul fronte della natalità, avevano peccato di ottimismo. Si pensava di poter chiudere il conto del 2019 con 435mila nati, ed invece, alla fine, ci siamo fermati poco oltre 420 mila.

E stiamo ancora parlando di dati che si riferiscono a 'prima' della comparsa del Covid- 19, da cui dobbiamo aspettarci effetti verosimilmente al ribasso sulle scelte riproduttive di una popolazione destinata a vivere una stagione densa di paure e incertezze su diversi fronti. Pochi giorni fa, in occasione della presentazione del Rapporto Annuale 2020 dell’Istat, avevamo sottolineato lo stridente contrasto tra il dato di fecondità del nostro tempo, circa 1,3 figli per donna, e il persistente desiderio di maternità/paternità che permea la popolazione italiana.

I due figli mediamente desiderati dalle coppie si scontrano con quanto esse poi riescono concretamente a realizzare. Siamo in presenza di progetti incompleti che i dati statistici impietosamente sottolineano, rimandando alla ennesima consueta diagnosi sulle cause che stanno alla base di quei comportamenti destinati spesso a trasformare in rinuncia definitiva, ciò che inizialmente era solo un rinvio del progetto. Una scelta attendista dettata dalle numerose difficoltà che le famiglie vivono sul piano delle risorse, economiche e di tempo, nonché dell’organizzazione della vita – lavorativa, familiare e sociale – degli individui che ne fanno parte. Se il tempo delle diagnosi è finito, la terapia fatica comunque ad avviarsi.

Un Paese non può continuare a credere di avere un futuro se conta – come ci dicono i dati di oggi – su un flusso di tre morti ogni due nati. La parola d’ordine dell’Italia post- Covid è 'rialziamo la testa', ma avremo, con questi numeri del bilancio demografico, la vitalità per farlo? Sono 42 anni che non riusciamo a raggiungere un livello di fecondità capace di garantire il semplice ricambio generazionale e anche l’illusione del contributo migratorio si è via via spenta con la progressiva contrazione del numero di nati stranieri – ancora il 3,8% in meno – a fronte di una popolazione più numerosa (+0,9%).

Per altro, i dati del 2019 ci consegnano uno stato di crisi demografica che facilmente nel prossimo bilancio del corrente anno si manifesterà con ulteriori elementi di aggravio. Nel 2019 il saldo naturale, nati meno morti, è stato negativo per 214 mila unità – altro record nella storia del Paese – ma come sarà quello del 2020? Non soltanto per il noto aumento dei decessi, ma anche sul fronte dell’ulteriore prevedibile minor numero di nascite. Visto che paura e incertezza, uniti a disagio economico e occupazionale, possono diventare determinanti nell’accentuare gli ostacoli tradizionali alla fecondità, come il costo dei figli, le difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro, la mancanza di supporti alla cura.

Per 'rialzare la testa' occorre dunque anche 'rimboccarsi le maniche', a tutti i livelli, dimostrando impegno, coraggio e senso di responsabilità. Negli scorsi mesi abbiamo dimostrato di saper sacrificare gli interessi economici alla difesa della salute e della vita, ed è stato un segnale importante per riconoscerci in una scala di valori. E c’è da credere che se la pandemia ci ha dato l’occasione per condividere le priorità, i dati di questo bilancio del 2019 – anche nella prospettiva del 2020 – ce ne consegnano una, quella demografica, da cui non dobbiamo, né possiamo più, prescindere.

Presidente Istat