Opinioni

Da Milano all’Abruzzo. Riecco il «fare» cristiano che lascia il segno

Francesco Ognibene sabato 5 giugno 2010
Abituati come siamo a logorare con l’uso concetti preziosi, che finiscono col perdere il radicamento nella realtà, abbiamo forse ceduto alla sottile tentazione di pensare che la solidarietà sia qualcosa di ammirevole ma in fondo etereo: una parola che suona bene e che però poi fatica a trovar posto in fatti catalogabili per nome e cognome. Noi cristiani l’abbiamo sempre chiamata "carità", e ci suona un po’ familiare un po’ eccessivamente impegnativa. Forse è per questo che, quando la si vede prender corpo e forma – opere aiuti amicizie legami –, l’attitudine di farsi carico del prossimo lascia il cuore gonfio di stupore e gratitudine. Un esempio di umanità riuscita, il samaritano che abita ancora tra noi. La carità non è un generico "valore" ma un principio fondante, un architrave di civiltà. Ciò che ancora modella il nostro vivere in comunità non definitivamente anonime e indifferenti. Proprio ieri è capitato di veder spuntare, dal groviglio di notizie che parlano tutt’altra lingua, il profilo inconfondibile di due limpidi gesti collettivi di una carità sincera, operativa, diretta ad aiutare chi ha bisogno di un sostegno ben identificato. Mentre da Milano giungeva l’annuncio che il Fondo diocesano Famiglia-Lavoro ha sfondato quota 8 milioni di euro, la Caritas consegnava a San Panfilo d’Ocre – comune aquilano sventrato dal sisma di un anno fa – un’intera scuola pronta all’uso. Dei due fatti colpisce il medesimo incidere su un’umanissima attesa di concretezza (la solidarietà trasferita sul terreno dei fatti e delle necessità più immediate) e la generosità senza risparmio. La diocesi ambrosiana – come decine di altre – con una mano ha raccolto dalla generosità di migliaia di milanesi gli 8 milioni di euro e con l’altra ne ha già messi quasi altrettanti (7 milioni e 750 mila, ovvero quasi tutti) nelle mani di 3.832 famiglie accuratamente selezionate da un filtro competente e sensibile. La Caritas ha consegnato le chiavi della sua 23esima opera per le aree terremotate, realizzata come tutte con i fondi dell’otto per mille e della raccolta nazionale realizzata l’anno scorso nelle parrocchie italiane, e già annuncia altre 25 strutture attingendo dallo stesso salvadanaio di tutti. C’è in questo mobilitarsi delle energie aggregate goccia a goccia il sapore integro del cattolicesimo italiano, che non s’attarda a declamare e a sfiancare parole consunte, ma prende in mano le situazioni – tutti insieme, non per opera di solisti –, sporgendosi per prendere sulle spalle chi è ferito dalla vita. Lo sa fare ancora e sempre, con realismo evangelico, e facendolo offre un esempio capace di contagiare l’intero Paese perché parla alla sua stessa memoria, alla sua anima profonda. La risveglia a se stessa, ricordandole che quando c’è di mezzo la fragilità altrui si può contare sulla Chiesa e sul suo slancio nel dare forma alla carità, stile non smarrito di un popolo. C’è un impegno preso con chi è rimasto senza un lavoro, una casa, un futuro. E questo impegno viene puntualmente onorato, trasformando un lodevole concetto in una speranza tangibile. È un orgoglio di tutti. Perché se la Caritas agisce contando sul fondo alimentato da milioni di gesti e dall’impagabile cuore che li ha animati, la Chiesa di Milano ha semplicemente aperto una via poi percorsa da un gran numero di diocesi e confermata dalla Colletta nazionale per il «prestito della speranza,» promossa dalla Cei in tutta Italia il 31 maggio 2009. La strada della carità è ancora aperta e battuta, oggi torniamo a verificare che quando occorre la sappiamo percorrere nel nome di una storia che non possiamo rinnegare.