Opinioni

Un bilancio negativo. Garanzia Giovani: ricostruire la fiducia capendo gli errori

Michele Tiraboschi mercoledì 29 aprile 2015
Giovani e lavoro: è tempo di bilanci. Un anno fa, in occasione della ricorrenza della festa del lavoro, il Governo avviava in Italia il piano europeo Youth Guarantee con l’obiettivo di offrire un percorso di occupabilità a tutti i giovani inattivi o disoccupati. Una promessa importante, quella di Garanzia Giovani, sia per la grave situazione occupazionale degli under 30 sia per la diffidenza che i giovani hanno verso la politica e le istituzioni pubbliche. L’impegno di offrire non solo una speranza, ma anche una concreta garanzia senza dimenticare nessuno.  Purtroppo la garanzia non c’è stata, almeno per la maggioranza dei giovani italiani senza lavoro e senza prospettive. Già nei primi mesi di attuazione di Garanzia Giovani erano state rilevate gravi criticità progettuali e realizzative. Le risposte istituzionali sono sempre state improntate sulla richiesta di avere pazienza, poiché un piano del genere necessita di lunghe tempistiche di implementazione iniziale. A dodici mesi possiamo dire che la pazienza è esaurita, e che bisogna iniziare a fare i conti con il mancato decollo di Garanzia Giovani in Italia così come, a onor del vero, in molti altri Paesi europei.  Il termine 'Garanzia' non è stato scelto a caso. Esprime un concetto ben chiaro: ai giovani che si attivano, iscrivendosi al piano, le istituzioni daranno una risposta in chiave di occupabilità. Statalismo? Assenza di impianto sussidiario? No, se si comprende che il senso del piano non era, e non è, quello di 'trovare lavoro' ai giovani, nonostante molte delle critiche giornalistiche siano state improntate su questo aspetto. Si trattava, e si tratta, invece di 'prendersi carico' di questi giovani: orientarli, aiutarli a individuare le proprie competenze, farli incontrare con le aziende che spesso non riescono a trovare le persone adatte, far loro vedere che la disoccupazione giovanile in Italia non è un incubo con il quale convivere da soli, ma un nemico comune. Garanzia Giovani doveva essere, insomma, un vero piano di occupabilità, e come tale lontano da logiche burocratiche di gestione del contatto e del rapporto con i ragazzi che in questo piano hanno creduto e speso energie.  A distanza di un anno possiamo dire che questi giovani sono allo stesso tempo vincitori e sconfitti. Vincitori perché i numeri dei ragazzi iscritti sono imponenti (più di mezzo milione), a riprova che l’immagine del giovane apatico e passivo non descrive al meglio gli under 30 italiani. Ma sconfitti perché di fronte a questo risveglio di massa le risposte sono state poco efficaci e, nel complesso, deludenti.  Dagli ultimi dati forniti dal Ministero del Lavoro infatti emerge che solo il 15-17% di coloro che si sono iscritti hanno ricevuto una proposta concreta. Questo significa che in gran parte sono stati abbandonati senza neanche avere il tempo di essere sedotti, con il rischio – che è quasi una certezza – di alimentare sfiducia e sconforto verso lo Stato e le istituzioni che, per funzionare, devono essere credibili e autorevoli. A ciò si aggiunga che la qualità delle poche proposte effettuate è spesso dubbia: senza un filtro chiaro e poco in linea con l’obiettivo di aumento dell’occupabilità che il piano si prefiggeva. Basta dare uno sguardo ogni giorno al portale online di Garanzia Giovani per accorgersi che molte delle offerte pubblicate non sono state vagliate da nessuno.  Non mancano anzi tirocini truffa, pagati dallo Stato, per posizioni di vero e proprio lavoro per le quali si richiedono anni di esperienza e competenze già acquisite.  Non è questo il luogo per elencare e analizzare le origini dei malfunzionamenti del piano che scontano mali storici del nostro Paese sul fronte delle politiche attive e dei canali di raccordo tra scuola e lavoro. È semmai urgente riconoscere quanto meno l’esistenza di tali criticità e fare il possibile per invertire la rotta. In questo potrebbe essere un alleato il decreto del Jobs Act sulle politiche attive del lavoro, che dovrà essere approvato dal Consiglio dei ministri entro giugno. Ma solo a condizione che non si continuino a ignorare i problemi, in parte noti da tempo, che Garanzia Giovani ha sollevato e che dovrebbero essere proprio i nodi che il decreto è chiamato a sciogliere.