Opinioni

Il compito esigente dei prossimi mesi. Responsabilità prima riforma

Marco Girardo martedì 1 febbraio 2022

Abbiamo dunque registrato nel 2021 la crescita più robusta dal 1976, stimava ieri l’Istat, anche se restiamo ancora lontani dalla massima espansione del Prodotto nazionale lordo datata 2007. Sempre ieri i mercati hanno 'prezzato' con sollievo – Piazza Affari avanti tutta e spread in deciso calo – la stabilità che la rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale e la permanenza di Mario Draghi alla guida del governo garantiscono alla nave Italia per attraversare il mare agitato che abbiamo davanti, fra crisi geopolitiche ai confini d’Europa e fibrillazioni energetiche dentro l’Unione, con tutto quel che ciò comporta per la fiammata dei prezzi.​

Certo, a guardarlo in questo 'lunedì d’oro' – e sarebbe anche potuto diventare un 'lunedì nero' – quel 6,5% di aumento del Pil nel 2021 sembra prima di tutto una dote da non sprecare. Conferma intanto l’elasticità con cui la nostra economia è riuscita a rimbalzare dopo il tonfo del 2020, seconda sola a quella francese. E promette un buon 'effetto trascinamento' per l’anno in corso che si annuncia ben più faticoso.

È quando però si guarda 'dentro' il dato comunicato dall’Istat, e lo si guarda in prospettiva, che è possibile intuire il complesso lavoro ancora da fare e quanto serva tenere il timone dritto. Lo stesso Istituto, fornendo la stima, ha espresso tutte le difficoltà per le statistiche economiche, finanziarie e sociali nel valutare un biennio in cui il Pil ha registrato una variazione impressionante, di quindici punti percentuali. L’ha definito, oltre che un fatto storico, l’ingresso in un mondo non più lineare. Ebbene, 'dentro' l’eccezionale 6,5% c’è quasi per un terzo la spinta dell’edilizia, cresciuta addirittura tre volte di più grazie a misure straordinarie come il Superbonus. Per confermare questa leva, quindi, è doveroso saper scaricare a terra in pochi mesi le risorse del Pnrr, la metà delle quali è destinata proprio alle costruzioni. E affrontare in modo non demagogico la trappola dei prezzi energetici senza ad esempio chiedere – come ipotizzato dalla Lega – una sorta di manovra da 30 miliardi solo per le bollette.

Anche perché altri nodi si vanno aggrovigliando. Ieri l’Istat ha comunicato anche quanto sono aumentate in media le retribuzioni: lo 0,6% mentre l’inflazione è lievitata tre volte tanto. Significa che a crollare è stato il potere d’acquisto degli italiani. Ed è la riprova di uno di quei 'problemi strutturali' che ci inchiodano: siamo l’unico Paese della Ue in cui i lavoratori guadagnano meno di trent’anni fa. Il salario medio è diminuito (del 2,9%) invece di aumentare. In Germania e Francia, nello stesso periodo, gli stipendi sono aumentati rispettivamente del 33,7% e del 31,1%.

Durante il medesimo trentennio – ed è l’altra faccia della medaglia – anche la nostra produttività è rimasta quasi ferma, avendo il sistema-Italia pressoché dimezzato il tempo dedicato al lavoro. Non come immaginava Keynes, riducendo cioè l’orario giornaliero o settimanale per 'liberare il tempo', ma introducendo una disuguaglianza insidiosa di cui troppo poco si parla: a fronte di un numero sempre più ristretto d’iper-lavoratori presi fra straordinari e magari doppio lavoro, più della metà della popolazione non è occupata o è in pensione e una fetta crescente vive di rendita.

L’aumento della ricchezza – che pur c’è stato, nonostante la pandemia, basti pensare ai 5mila miliardi sui conti delle famiglie italiane – è pertanto in larga parte sganciato alla crescita della capacità produttiva, sconnesso dal lavoro e dai redditi da lavoro, e la ricchezza stessa da trent’anni a questa parte è sempre più mal distribuita.

Questo il difficilissimo compito che il governo ha davanti a sé nel prossimo anno e mezzo: provare a sciogliere le drammatiche contraddizioni che accompagnano una crescita del Pil da boom economico con cinque milioni e mezzo di poveri; mettere insieme i record conseguiti del nostro export durante la pandemia con il crollo degli au- tonomi e il dilagare del lavoro a bassa qualifica; capire perché la seconda manifattura d’Europa continua a investire briciole in 'ricerca e sviluppo' o come mai tre quarti degli occupati in Italia dichiarano di guadagnare meno di 2.000 euro al mese e ci sono 100 miliardi di evasione fiscale. Scuotere, insomma, un Paese che non pare più in grado di capitalizzare le sue tante ricchezze in una crescita equamente distribuita. Per farlo è necessario agire a livello profondo, a livello di struttura.

E il solo modo per riuscirci è realizzare o quanto meno avviare quelle riforme attese – guarda caso – da trent’anni: riforma del Fisco, della Giustizia, dell’Istruzione, degli Ammortizzatori sociali, della spesa pubblica, in particolare di quella per l’assistenza, facendo magari tesoro di quanto il Terzo settore ha fatto, con creativa supplenza, in questi due anni di pandemia. Un assetto istituzionale stabile è una condizione imprescindibile per scendere così a fondo nella ridefinizione della struttura economica e sociale, ma senza l’esercizio di responsabilità politica, senza la rinuncia ai calcoli da campagna elettorale permanente, sarà impossibile raggiungere i necessari risultati.