Opinioni

Raccontare Scampia, i suoi drammi e i suoi eroismi. Non nascondere le piaghe, rispettare chi è ferito

Maurizio Patriciello martedì 15 gennaio 2013
Unicuique suum. Ciascuno deve fare la sua parte senza confusioni di ruoli. Lo scrittore Roberto Saviano scrive al sindaco di Napoli De Magistris una lettera non di congratulazioni ma di serena critica per come sta governando  la città. Giovane campano, innamorato della sua terra, Saviano è costretto a vivere sotto scorta per avere scritto cose note a tanti, ma sempre sussurrate a bassa voce. Il sindaco, offeso, gli risponde per le rime. Non è un bene. Converrebbe a chi ha ricevuto il compito, l’onore e la fiducia di governare una città di mettersi in ascolto di tutti. Di girare per i vicoli antichi e senza sole del centro storico e i mastodontici, informi, spersonalizzanti quartieroni di periferia. Farsi attento alla voce della cultura, del volontariato, degli imprenditori e dei disoccupati. Insomma, per il bene di tutti è bene ascoltare tutti, farsi pensoso e ringraziare per il contributo gratuitamente ricevuto. Intanto il progetto del film su Scampia ha acceso ulteriori polemiche. La domanda da porsi è una sola: «Un film sulla cruda realtà di Scampia farà bene o male a Napoli?». Occorre fare chiarezza e chiamare le cose con il giusto nome. Che a Scampia ci siano persone straordinariamente oneste e laboriose, è un fatto che nessuno potrà mai negare. Questa gente è costretta a vivere in un contesto a dir poco difficile. In questa zona, infatti, si svolge il più incredibile mercato della droga della Campania. Droga che porta nelle case dei camorristi guadagni milionari e lutti senza fine. Mercato che rappresenta un pericolo continuo per gli adolescenti, i giovani, i bambini. Non è facile vivere gomito a gomito con chi ha fatto della violenza, del sopruso, del malaffare il suo stile di vita. Per questo motivo le persone oneste di Scampia e altri quartieri a rischio andrebbero decorate con medaglie d’oro. Involontari testimoni e, a volte, vittime, di vere guerre combattute senza pietà e senza regole. Sotto gli occhi di tutti. Mettendo a repentaglio la vita di tutti. Prova  a immaginare: ti trovi in un bar per un caffè, all’improvviso la sala diventa un inferno. Spari, urla, sangue, un fuggi  fuggi generale. La mente si offusca, la vista si annebbia, il cuore batte all’impazzata. È orrendo. Qualcuno è stato ucciso. Quel giorno ti cambierà la vita. Cominci ad avere paura, a essere guardingo, a non entrare più in certi luoghi. Già, certi luoghi: ma quali? Ti chiedi che cosa puoi fare. Ti impegni, in parrocchia o in una delle tante associazioni, a favore dei bambini, dei malati, dei poveri. Ti immergi in mille iniziative per ridare speranza a chi non la possiede più. Vuoi che la tua città rinasca. La città che ami, il luogo che rimpiangi appena stai lontano. E ti chiedi perché mai non sappia ritornare a vivere serena, ad essere competitiva con le altre grandi città europee. Ma a nessuno è concesso il diritto di disperare. Mai. Occorre, allora, mettere insieme i pezzi dello Stato centrale e quello periferico. Scuola e Chiesa, volontariato e istituzioni. In una fratellanza che accomuni i buoni, per amore di tutti. Resistendo alla tentazione di isolarsi ma sapendo che è indispensabile lavorare insieme. Senza guardarsi in cagnesco. Rinunciando a interessi personali. Non è facile, ma è possibile. Se ognuno rinuncia all’orgoglio e a interessi personali; se un guizzo di sano patriottismo torna a traboccare in cuore è possibile. Non sarà, allora,  una pellicola a rappresentare un problema per Napoli. Al contrario. È sempre bene portare alla luce i drammi che affliggono i fratelli. Ovunque essi vivano. Il guaio tante volte è stato nasconderli. È bene parlare di femminicidi e pedofilia, di droga, alcolismo e gioco d’azzardo. È bene che il mondo sappia che migliaia di famiglie napoletane tirano avanti con pochi spiccioli, un lavoro precario e mantenendosi oneste in quartieri dove la camorra fa la voce grossa perché non sempre lo Stato è presente come dovrebbe.