Opinioni

Perché è strage d'innocenti, soprattutto bambine. Questo furore ci fa infinita pena

Ferdinando Camon giovedì 25 maggio 2017

Adesso il terrorismo punta ancora più apertamente sulle bambine e sui bambini. Nel corso della storia ha puntato sullo zar, sul re, sull’imperatore, sul figlio dell’imperatore. Erano società verticali, il potere stava in alto: colpendo in alto, lo scardinavi. Tutto chiaro. Ma con l’avvento delle democrazie, tutto si complica: qual è il punto da colpire, qual è la vittima più rappresentativa, più delicata, sulla quale il popolo è più sensibile? Anni fa, qui da noi, il terrorismo rosso puntava sui capi politici: sono loro che bisogna catturare, sequestrare, uccidere.

La democrazia barcollerà, e verrà a patti. Così han fatto. Non ci sono stati i patti, la Repubblica non ha deviato dalla sua strada. Dall’altra parte, il terrorismo nero puntava invece a colpire direttamente il popolo: è il popolo che bisogna terrorizzare, il potere sta nel popolo, e per dominare il popolo devi 'inginocchiarlo', costringerlo ad accettare la tua presenza, la tua autorità, il tuo potere. Lo strumento per costringere alla resa il popolo è la strage.

La strage dev’essere improvvisa, inattesa, vasta, crudele, spietata, spaventosa. Non dev’essere una strage sui potenti, ma sui deboli. Nell’opuscolo di un gruppo terroristico di destra ho trovato un pensiero (un insegnamento) che mi torna sempre in mente quando esplode una strage d’innocenti. Il pensiero è questo: «Ci sono organismi unicellulari che, schiacciati, risorgono, e mutilati si riuniscono, ma in ognuno c’è un organo delicato dov’è la sede della vita: noi dobbiamo colpire quel nucleo come fanno gli antibiotici, noi dobbiamo dare lì al sistema un colpo tale che ogni coscienza si rimetta a noi con tutta la docilità, con tutta la gratitudine per qualunque cosa faremo. Occorre che il nostro gesto sia così chiaro, da far nascere in tutta la popolazione, inerme e inginocchiata, una sola risposta e nessun dubbio: 'Non possiamo resistere'».

Da noi, il terrorismo stragista ha puntato sui treni: bombe nelle toilette, a paralizzare la circolazione ferroviaria; bombe in una galleria, a fare una strage senza possibilità di soccorso. Ha puntato sulle piazze: bomba a Brescia, in un raduno pacifico. Ha puntato sulle banche: bomba tra i clienti.

Ha puntato sulle stazioni: bomba a Bologna. La domanda che si ponevano i terroristi era: dov’è il punto più sensibile, più delicato dello Stato? Il terrorismo islamista ha lo stesso scopo e si pone la stessa domanda: dov’è più vulnerabile la democrazia occidentale? La democrazia, che gli islamisti non hanno e non conoscono. Quindi non capiscono qual è il suo organo più vitale, colpendo il quale l’organismo muore. Han pensato al mercato, alla passeggiata, alle piazze, dove c’è la gente comune.

Poi alle discoteche, dove la gente va a sentire musica. Adesso, a Manchester, la virata: pensano a un concerto adatto ai ragazzini, e più ancora (ecco la differenza) alle ragazzine: il concerto di una cantante mondiale, amata dagli under 18. Dunque il pensiero è: il punto più sensibile della società occidentale sono le bambine. E hanno inferto il colpo lì. Hanno fatto una strage di bambine. Il colpo è stato tremendo, ci ha fatti vacillare, e ci ha fatto scoprire aspetti nuovi in noi, che non sapevamo di avere.

Ci sono state madri che, ferite e portate di corsa all’ospedale, scappavano perché volevano ritrovare le figlie e i figli, stare con loro. Noi siamo fermi agli aneddoti superati della storia, tipo: se c’è da mangiare per uno solo, è per mio figlio. Impariamo adesso altri aneddoti: se io sono ferito e mi curano, scappo via, perché prima devono curare mia figlia, anche se non so se sia ferita. Meglio che vi occupiate di mia figlia sana piuttosto che di me ferita. E dunque: sì, i figli sono il bene della nostra vita. Siamo contenti quando ascoltano musica all’aperto. Voi per questo li odiate, perché odiate la vita. Noi per questo li amiamo, perché amiamo la vita. Sappiamo che il nostro dolore vi dà euforia. Sappiate che il vostro furore ci fa pena. Infinita.