Opinioni

Botta e risposta. Condono orologio rotto (ma tra crisi e riforma può aver senso)

Marco Girardo mercoledì 24 marzo 2021

Caro direttore,
per ragioni di lavoro, ho uno scambio diretto e continuo con i contribuenti italiani, talvolta acceso ma sempre improntato a un rapporto umano. In questi giorni, uno di loro, simpatico, che aveva appena saldato un piccolo debito per infrazione al codice della strada, mi ha detto: «Proprio adesso che il governo Draghi ha cancellato le multe...». C’è molto disorientamento tra i contribuenti, non certo per il premier Mario Draghi, che parla solo a ragion veduta e quando strettamente necessario; piuttosto per i proclami – sia chiaro: anche in buona fede – che con cadenza quotidiana vengono emessi da taluni leader politici. Dietro la promessa di stralcio di cartelle esattoriali ante 2015 inferiori a 5mila euro (recentemente Matteo Salvini ha alzato l’asticella a 10mila euro) che cosa si cela se non un grande bluff? Tale eliminazione, infatti, di vecchie cartelle ormai inesigibili dal Fisco e che intasano il cosiddetto 'magazzino' della Agenzia delle entrate, non giova e non aiuta alcun contribuente e alcuna attività commerciale, in quanto riferite a persone decedute, nullatenenti, espatriate e società cessate o fallite. Al massimo, tale soppressione, è un problema di bilancio statale e per i ragionieri dello Stato che dovranno far quadrare le partite contabili del dare e avere. Che dire poi di quei crediti vantati dai Comuni italiani, di cui mai si parla e la cui riscossione coattiva è gestita da concessionari privati diversi dalla ex Equitalia (oltre il 60% dei Comuni)? Qui se il leader della Lega si informasse presso le migliaia di sindaci legati al centrodestra, per esempio in grossi comuni come Sesto San Giovanni, scoprirebbe che buona parte di quelle cartelle esattoriali sono riferite non già ad attività commerciali fiorenti, ma a famiglie arabe, egiziane e sudamericane che proprio non riescono a saldare i conti delle mense scolastiche dei loro numerosi figli. Una seria riforma fiscale dovrà tenere conto di queste problematiche, che non si possono risolvere con un semplice condono, ma con una più equa e progressiva tassazione dei contribuenti in base al reddito (persone fisiche) o al bilancio (società giuridiche) annuali.

Stefano Masino ufficiale di riscossione Asti

Come non condividere, gentile signor Masino, la sua diagnosi e conseguente prognosi circa la 'condonite' che affligge il nostro sistema fiscale tanto da diventare strumento di mera propaganda politica? Una malattia fattasi cronica, purtroppo, considerando che dal 1973 a oggi è stato varato un provvedimento di condono ogni tre anni. Decisione presa da governi di diverso colore e composizione, longevi o di breve respiro. Il direttore mi chiede di rispondere alla sua (amara) riflessione in materia e potendolo fare con chi, come lei, ben conosce volti e storie delle persone che stringono quelle cartelle tra le mani, è consentito andare dritto al sodo, tralasciando le considerazioni su leader o tribuni politici che utilizzerebbero ogni tre mesi, non ogni tre anni, stralci e sanatorie fiscali per mietere consensi in una constituency (ovvero, in una platea elettorale interessata) spesso soltanto presunta. Anzitutto, è utile ricordare come nel diritto il condono sia definito un provvedimento emanato dal Parlamento o dal governo con decreto, tramite il quale i cittadini che vi aderiscono possono ottenere l’annullamento, totale o parziale, di una pena o di una sanzione. La stragrande maggioranza degli esperti tributari concorda nel ritenere la cancellazione della sanzione un vero deterrente per il rispetto di regole e obblighi, un provvedimento che penalizza, quindi, solo i cittadini onesti. Quanto alla finalità di lotta all’evasione fiscale, il condono sembra essere la scelta peggiore: si dovrebbe infatti trattare di uno strumento straordinario, adatto in caso di riforma complessiva del sistema fiscale, non di una misura permanente di presunto contrasto 'sanante' all’irregolarità. E noi italiani, come detto, ci siamo ormai giocati tutti i bonus dell’eccezionalità. Sull’efficacia, infine, di cartelle alleggerite o scudi variegati per far cassa, beh, le mirabolanti previsioni di entrate extra sono state sempre disattese, anche perché tante delle pendenze erano e restano tuttora inesigibili. Si dà il caso, tuttavia, che ci troviamo nella più grave crisi economica e sociale dal secondo Dopoguerra. Giustamente, si stanno utilizzando tutti gli strumenti, compresa la cosiddetta 'pace fiscale', per aiutare milioni di italiani che non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Difficile criticare in questo preciso momento una proposta di rimodulazione della notifica delle cartelle esattoriali o di saldo e stralcio del magazzino dei debiti inesigibili. Provvedimenti fiscali di ultima istanza quanto il blocco dei licenziamenti o il potenziamento del Rei, per citare solo alcuni tra i dispositivi emergenziali. Sono per altro state introdotte delle limitazioni, sia temporali sia di reddito, che circoscrivono l’area di intervento. Per questo anche chi non coltiva in stagioni ordinare un’idea di 'eccezionalità' della misura, nel sostenere oggi, proprio oggi, strumenti di condono si ritrova con le lancette puntate sull’ora giusta, come capita due volte al giorno pure a un orologio rotto. Incoraggiante sarebbe almeno rendere 'straordinaria' l’ennesima cancellazione facendo seguire una profonda riforma fiscale – siamo di nuovo d’accordo, caro lettore – che restituisca al sistema l’equità e la progressività perdute. Nel presentare alle Camere il suo programma di governo, il premier Mario Draghi un obiettivo simile l’ha espressamente indicato.