Opinioni

Fa buio a occidente. Questa mediocre corsa alla Casa Bianca

Vittorio E. Parsi mercoledì 28 settembre 2016

Come ampiamente previsto, Hillary Clinton ha "vinto" il dibattito nei confronti di Donald Trump: è riuscita a dimostrare di essere più competente del rivale (e questa era la parte facile) ed è riuscita a mettere in evidenza che, in quanto a bugie e mezze verità, i due alla fine si equivalgono. E qui ha segnato punti importanti: perché la fama di bugiarda ha sempre accompagnato la ex First Lady degli Stati d’Uniti d’America, fin dai tempi degli scandali immobiliari in Arkansas. Del resto è facile ipotizzare che un Trump presidente e commander in chief della superpotenza potrebbe essere una iattura per il mondo intero. Molto più difficile convincere che Hillary sarebbe una benedizione.Dal mediocre dibattito di ieri, che in alcune delle espressioni e delle mimiche immortalate sui social media ricordava il miglior Dario Fo del "Mistero Buffo", è emerso con evidenza perché i due candidati risultano essere i meno popolari, convincenti e rispettati della recente storia americana. Sembrano usciti da quelle caricature delle presidenziali americane del primo Ottocento, quando il «grande Paese» era ancora una piccola e quasi insignificante nazione, ai confini del mondo conosciuto, con una Dichiarazione di Indipendenza, una Costituzione e dei Padri Fondatori "sovradimensionati" rispetto alla miseria della politica repubblicana.

Il fatto che Hillary sia una donna non è abbastanza per far emergere la sua candidatura al di fuori del Guinness dei primati. Donna o no, non c’è nulla di nuovo nella sua piattaforma elettorale e nel suo programma che la renda distinguibile dai suoi predecessori maschi. È e resta fino in fondo un membro dell’oligarchia che sempre più governa gli Stati Uniti e ormai il Pianeta. E per conquistare la Casa Bianca, Hillary dovrà riuscire a portare verso di sé un bel po’ di quel voto anti-establishment che anche in America appare sempre più disposto a mobilitarsi guardando "contro chi" si vota, e non "a favore di chi".

Certo è desolante lo spettacolo offerto dalla «più antica democrazia moderna», non solo per il livello degli interpreti, ma anche per la pochezza delle idee. D’altronde, non è che gli 8 anni di Barack Obama abbiano lasciato chissà quale eredità (Guinness dei primati a parte, ancora una volta). Soprattutto in politica estera, chiunque raccoglierà il testimone dal «primo presidente nero» ne avrà di corrente da rimontare. Lo scempio della Siria e, più in generale, la polveriera mediorientale sono a ricordarci brutalmente il fallimento della scommessa più ambiziosa e innovativa giocata da Obama. Il nuovo inizio delle relazioni tra gli Usa e il mondo musulmano si è infranto sullo scoglio delle primavere arabe, che dal messaggio di Obama all’Università del Cairo trassero, anche, ispirazione.

Oggi l’America non sa offrirci altro che l’alternativa delle proprie bombe «intelligenti e democratiche» rispetto a quelle «omicide e autoritarie» dei russi.

Riuscirà il nuovo presidente (maschio o femmina che sia) a portarci fuori dalle secche di una politica, vecchia, sanguinaria e inconcludente? Difficile crederlo, se guardiamo al record di Hillary (sì all’invasione dell’Iraq, sì alla guerra in Libia, sì ai bombardamenti in Siria, grande amicizia coi sauditi e con gli israeliani e totale inimicizia per gli iraniani, palestinesi non pervenuti) o alla totale, penosa e pericolosa impreparazione di Donald. E per quanto riguarda i rapporti con la Russia, come fare a evitare che la nuova Guerra fredda (assai meno motivata dell’originale) diventi la cifra di interpretazione dei rapporti tra Washington e Mosca? Anche qui non si è sentita nessuna idea degna di nota, né l’altra notte né nei mesi precedenti.

E non credo che nessuno possa essere rassicurato dall’amicizia ostentata tra Putin e Trump. Sui temi economici, infine, è buio pesto, mentre s’avanza la sensazione che i vari Ttip e Ttp possano non convenire a nessuna delle popolazioni coinvolte, ma moltissimo a pochissimi membri dell’oligarchia di cui parlavamo poc’anzi.

Insomma, per vederne, ne vedremo; ma molto difficilmente ne vedremo delle belle: non tanto da qui a novembre, ma soprattutto dopo.