Opinioni

Quelle parole da «arrestare». Immigrazione e cultura del disprezzo

Glauco Giostra mercoledì 25 luglio 2018

Caro direttore,
il problema dell’immigrazione è molto serio. È ormai dolorosamente certo che non potremo accogliere tutti coloro che lo vorrebbero. Ma ogni restrizione dovrebbe essere adottata con competenza, con equilibrio e con rispetto; e dovrebbe essere accompagnata da un senso di profonda frustrazione per il fatto di non poter aiutare tutti e da una partecipe sofferenza per coloro che rimangono drammaticamente in cerca di un approdo. Mai ci si dovrebbe permettere di definire «crociera» una delle più disperate transumanze umane della storia, che ha fatto del Mediterraneo un vorace sepolcro di uomini, donne e bambini annegati in condizioni terribili; né di qualificare come «pacchia» la vita di chi, sopravvissuto, si ritrova privo di tutto in un Paese sconosciuto, senza poter costruire e neppure immaginare il suo futuro, talvolta in condizioni subumane di miseria e di sfruttamento. Non basta limitarsi a pensare 'sono espressioni che non condividiamo, ma sono soltanto parole'.

Se parole di così ignobile disprezzo per il dolore e per la dignità altrui possono sfrontatamente gironzolare senza essere fermate dalla polizia dello sconcerto e dell’indignazione, entreranno nelle nostre case trafugando pietas, rispetto dell’altro, solidarietà, per lasciarci soltanto il valore di una proprietà ringhiosamente difesa, la diffidenza per il nostro dirimpettaio, l’ostilità per il diverso, la perenne ricerca di un responsabile delle nostre difficoltà. Finiremmo con il lasciare ai nostri figli oltre, forse, a qualche disponibilità materiale in più, un desolante deserto di umanità. Non meno intollerabile risulta il tentativo di igienizzare il problema distinguendo tra migranti politici e migranti economici.

Questa differenziazione giuridica (che peraltro impone di accogliere i primi, ma non vieta di soccorrere i secondi) sta fornendo provvidenziali alibi alle accondiscendenti coscienze di alcuni uomini di governo, non soltanto italici. Anzi, Oltralpe abbiamo pure chi, dal pulpito di una tale distinzione pretestuosamente applicata, s’impanca a moralista e impartisce lezioni, come se il suo Paese non avesse concorso ad aggravare il problema con sconsiderate iniziative militari o avesse dato generosa prova di voler contribuire a risolverlo. Costoro giustificano la propria posizione con questo farisaico ragionamento: la stragrande maggioranza di quella gente non fugge da persecuzioni politiche, ma lascia il proprio Paese per vivere meglio. Non possiamo stare un po’ 'peggio' noi per fare stare un po’ 'meglio' loro.

A smascherare una tale autoassolutoria spiegazione basterebbe chiedere a costoro: forse per migliorare lo status economico dei propri figli li consegnerebbero, previo versamento di tutti i loro risparmi, a dei loschi figuri che li porteranno lontano, con la probabilità che subiscano violenze, che muoiano in mare, che non possano più essere riabbracciati? Sono certo che non sarebbero mai disposti a farlo, se non disperatamente costretti per sottrarli a un’esistenza indegna, alla fame, alle malattie e alla morte. Non è dunque consentito fingere di ignorare questa dura verità: in generale chi, spesso dopo aver subito estorsioni, violenze, torture, si imbarca su quelle precarie zattere della disperazione sa di rischiare la vita. Se si rassegna a farlo è perché non è più vivibile la terra che si lascia dolorosamente alle spalle. Esservi nato, la sua imperdonabile colpa.

Professore ordinario di Procedura penale nell’Università di Roma 'La Sapienza'.