Opinioni

Due modi di sentire un distacco. Quell’amore per il Papa che vive «in basso»

Ferdinando Camon martedì 5 marzo 2013
Ci son due modi di sentire la rinuncia del Papa: uno in alto, tra le autorità, i media, i resoconti delle tv e dei giornali di tutto il mondo, le titolazioni, le spiegazioni, le cautele; e una in basso, tra la gente comune, il clero e i fedeli delle parrocchie, la gente delle periferie e delle campagne, in Italia e nel mondo. I giornali e le tv, gli storici e gli studiosi, cercavano di spiegare, di trasformare l’evento in articolo, libro, servizio, resoconto, in parole o immagini. I preti, le suore, l’autista del Papa, i servitori, i fedeli sparsi per i continenti, pregavano, applaudivano, alzavano cartelli, tenevano le mani giunte, piangevano. Li abbiamo visti in piazza San Pietro, facce di tutte le razze, vestiti di tutte le mode. Li abbiamo visti sui poggioli delle loro case, alzare le mani, come per un saluto ravvicinato, verso l’elicottero che portava papa Benedetto fuori dal Vaticano. Dall’alto trapelava l’idea che le 'dimissioni' del Papa sono un fatto che va affrontato razionalmente, c’è qualcosa da capire e da spiegare, perciò bisognava aprire libri, trovare i precedenti, consultare, citare: se trovi la fonte giusta, sistemi tutto. In basso c’era l’idea che è solo una questione di 'amore', bisognava mostrare al Papa più amore, bisogna mostrarglielo anche adesso, non è mai troppo tardi: così si spiegano tutti quei cartelli 'Ti vogliamo bene', 'Saremo sempre con Te', 'Non sei solo'. Molti, in basso, piangevano. Le suore, inquadrate di spalle, controluce, mentre salutano l’elicottero che transita da sinistra verso destra, dal Vaticano a Castel Gandolfo, agitando in aria i fazzoletti che ogni tanto riabbassano per asciugarsi gli occhi. L’autista che, mentre tutti coloro che per ragioni di lavoro avevano intimità con Benedetto XVI gli danno la mano, piegando la schiena e sussurrando qualcosa, lui s’inginocchia fino a toccar terra e si rialza piangendo, senza una parola. In basso, tra il miliardo e duecento milioni di cattolici sparsi sulla superficie della Terra, l’addio del Papa che si nasconde al mondo non è un problema: è un dolore. Non c’è niente da chiedersi. C’è soltanto da soffrire. È una prova della vita. Se la ricorderanno finché vivranno. La loro memoria, quando sarà confusa, situerà i fatti più importanti prima o dopo questa data: anche le malattie in famiglia, i ricoveri in ospedale, le nascite dei nipotini, i matrimoni, le morti dei parenti. L’elicottero che porta via il Papa, nella vita di questa generazione, resterà un unicum, un evento inconfondibile. Ai fedeli succede con questo Papa ciò che succede con i parenti: li si ama sempre di più man mano che s’avvicina il momento del distacco. Papa Benedetto la massa dei fedeli lo ha amato persino di più quando ha saputo che se ne andava. Lo amano moltissimo adesso che non è più Papa. Sentono che è una personalità complessa, in grado di conquistare l’attenzione dei dotti, dei sapienti, sulla base della cultura, la frequentazione dei testi­base dell’etica, ma in grado anche di attrarre la simpatia dei semplici, degli umili, per il frequente rinvio di ogni questione alla preghiera: la preghiera, nelle subtopie dei poveri del pianeta, è il rifugio nelle situazioni d’impotenza, il ricorso negli estremi pericoli, ma poiché i poveri sono sempre in estremo pericolo, conoscono bene quel rifugio. I poveri non capiscono il potere. Non amano le manovre del potere. Vedono questo Papa andar via senza indicare un qualche successore, nemmeno con allusioni. Chiunque sia, lui gli promette «reverenza e obbedienza». Così fa la massa di fedeli che aspettano, nel mondo. Come la folla che si radunerà in Piazza san Pietro, quando sarà il giorno. Saran devoti al nome che suonerà, prima ancora di sentirlo. Son devoti fin da adesso.