Opinioni

Il direttore risponde. Quella "voce" e la straordinaria normalità dell'amore matrimoniale

Marco Tarquinio martedì 18 febbraio 2014
Gentile direttore,mi permetta una affettuosa tirata di orecchie al correttore di bozze di "Avvenire" che si è lasciato sfuggire un “vox clamans (anziché clamantis) in deserto» nel commento di Costanza Miriano. Commento che mi ha fatto venire in mente un folgorante scambio di battute di Leo Ortolani (Ratman): «Non mi ami più come una volta». «Quale volta?». Sulle soglie del decimo anniversario di vita matrimoniale (evviva!) credo infatti che il segreto della longevità dell’amore tra marito e moglie stia nel ritenerlo una cosa assolutamente normale e che, invece, la strada maestra per bruciarlo in fretta consista nel viverlo come stato d’eccezione (e d’eccitazione) permanente.Raffaele Ferro, TrentoÈ una questione mille volte riproposta, gentile e caro amico. Ha ragione: l’errore c’è rispetto al testo evangelico (cfr. Giovanni 1, 23) che usa il genitivo: «Voce di uno che grida (chiama): nel deserto...». Ma l’espressione in sé – «voce che grida (chiama) nel deserto» – non è errata ed è anche piuttosto ricorrente (ogni volta, o quasi, con dibattito...). Mi fermo qui, e spero di non essermi infilato in un ginepraio. Quanto a come vivere bene il matrimonio, trovo prezioso ogni parere, ogni esperienza. E so, perché lo continuo a sperimentare, che ciascuno di noi anche quando condivide, cristianamente e civilmente, l’idea di fondo del matrimonio ha sempre da obiettare o da aggiungere qualcosa a ciò che un altro o un’altra afferma. Siamo diversi, grazie a Dio. Ed è questa nostra diversità che ci scomoda e ci avvicina nel normale, straordinario cammino d’ogni giorno insieme. Perché l’eccitazione (comunque è sempre eccezionale) che sta all’inizio d’ogni storia che tende al «per sempre» è – come ha scritto Costanza Miriano lo scorso 14 febbraio – «solo una parte dell’amore».