Opinioni

L'ospite. Quel piccolo segno "più" che va consolidato

Paolo Galassi, presidente Api (Associazione piccole e medie industrie) sabato 1 agosto 2015
Caro direttore, la ripresa? Rimandata a settembre. Forse. Per le piccole e medie imprese, il vero banco di prova ci sarà, infatti, all’apertura degli stabilimenti dopo la pausa estiva. Agli imprenditori, quel piccolo segno “più” che ha caratterizzato l’industria manifatturiera nell’ultimo periodo, appare troppo fragile e irrisorio di fronte ad anni di cali di fatturato e altalenanti andamenti di ordinativi.  Pesano, ad esempio, le oltre 840mila ore di cassa integrazione ordinaria che sono state richieste dalle associate nelle province di Milano, Monza e Brianza, Lodi, Pavia e Bergamo nei primi 7 mesi del 2015. E se i dati delle relazioni industriali indicano un decremento dell’uso della cassa integrazione è pur vero che tale diminuzione è dovuta alla chiusura di molte aziende e del fatto che diverse altre non possono più beneficiare degli ammortizzatori. In alcuni territori, come nel Pavese, le difficoltà imposte dalla crisi si sono tradotte in un aumento delle vertenze individuali, riguardanti la risoluzione del rapporto di lavoro, ma anche – come evidente nel territorio del Sud Ovest Milano – a causa della revisione delle retribuzioni dei dipendenti (sia sul piano dei singoli sia a livello collettivo) attraverso la diminuzione di superminimi e mensilità aggiuntive.  Le industrie stanno facendo il possibile per “reggere” anche se si nota, una netta spaccatura tra le aziende che si sono rilanciate e lavorano con l’estero e quelle che purtroppo non riescono a far fronte alla crisi. Tra le prime spiccano delle Pmi che producono prodotti di alta qualità, che vorrebbero assumere grazie agli sgravi contributivi del Jobs Act, ma hanno ancora timore di compiere investimenti sul personale. In altre aziende si studiano nuove politiche di welfare aziendale. In altre ancora, quelle in crisi, si ha difficoltà a effettuare la pianificazione del lavoro e si alternano periodi di picchi a fasi con assenza di ordini. In tutte le Pmi, comunque, è l’incertezza a farla da padrone. Si è persa la fiducia, soprattutto nelle realtà di piccole dimensioni che si rivolgono sempre più alle associazioni, ai “famigerati” corpi intermedi, per la tutela dei propri interessi nella consapevolezza che presentarsi come entità compatta, omogenea e numerosa sia l’unico modo per resistere ai “grandi” e per potere chiedere a gran voce di avere finalmente una politica industriale forte.  Non basta dire: “Taglieremo le tasse”. Le Pmi chiedono: “Come? Quando?” La “coperta” dei fondi a disposizione è infatti sempre la stessa! Se a settembre quel segno “più” non sarà consolidato da riforme che abbattano “le zavorre” che frenano e bloccano l’investimento di fondi nell’economia reale – costo del lavoro strutturale, pressione fiscale, burocrazia, costi della politica, difficoltà di accesso al credito, tempi della giustizia – la sospirata ripresa dovrà essere rimandata. Per l’ennesima volta. Dopo otto anni di crisi.