Opinioni

L’esempio del giovane che si è fatto decapitare in Libia. Quel giusto islamico morto con i cristiani

Marina Corradi sabato 25 aprile 2015
​Jamal Rahman, si chiamava, di nazionalità etiope. Il suo nome risulta fra quelli dei ventotto cristiani, etiopi e anche eritrei, la cui esecuzione è stata mostrata nell’ultimo video dello Stato islamico, in un barbarico trofeo. Ma i media etiopici che da giorni cercano di rintracciare i volti e le storie dei ventotto sconosciuti hanno scoperto, ha riferito il sito web del Pontificio Istituto Missioni Estere, che questo Jamal Rahman non era cristiano, era musulmano.Lo ha confermato una fonte vicina agli shabaab, i fondamentalisti islamici somali. Il ragazzo etiope era in fuga, insieme ad altri, dal suo Paese, ed erano ormai arrivati in Libia quando i miliziani dell’Is li hanno catturati e massacrati, dentro una logica di feroce propaganda. Un musulmano però. Perché anche lui? Un testimone ha detto a un giornale on line del Somaliland che il ragazzo si era convertito durante il viaggio; un altro invece, che, benché islamico, Jamal si è volontariamente fatto ammazzare per non abbandonare un amico cristiano. Un gesto "folle", ha commentato quel testimone – come non sapendo dare alcuna altra spiegazione.Negli anni delle persecuzioni razziali in Europa, questi "folli" furono i Giusti. Li avremmo chiamati così dopo, una volta finita la guerra; in quell’ora invece la scelta di chi proteggeva degli ebrei a rischio della propria vita doveva apparire temeraria e irragionevole, in un mondo permeato dall’odio antiebraico. Ci furono, però, questi Giusti, ci ha raccontato la storia. La vicenda di questo Jamal, tanti anni dopo, sembra inserirsi in una tale corrente: quella di chi , superando il naturale istinto e desiderio di vivere, rischiava di morire per amore di altri. Salvavano, all’apparenza, alcune vite umane; ma in realtà anche qualcosa d’altro, e di molto grande. In fondo, salvavano l’immagine stessa e la dignità dell’uomo, per le generazioni che sarebbero venute poi. Così che noi, figli e nipoti, abbiamo saputo della bestialità di quegli anni, e ci siamo chiesti come fosse stato possibile, un tale collettivo obnubilamento della ragione e della pietà. Però, le storie di quei pochi Giusti ci hanno testimoniato che anche nel fondo del male più radicale restava accesa, tra noi, seminascosta, una luce di umanità. Nella nuove barbarie che vediamo allargarsi oltre il Mediterraneo, e non solo, lo sconosciuto islamico che si è messo accanto al suo amico cristiano e è morto insieme a lui, sembra un erede dei Giusti. Di uomini che non si fanno scudo di Dio per odiare, e invece si ricordano, nel momento decisivo, che il loro Dio li comanda ad amare. Ora il nome di Jamal gira sul web, fra gli islamici moderati, come il simbolo di un’umanità più forte della ferocia. Forse altri ce ne sono come lui, nei luoghi in cui cresce la persecuzione contro i cristiani. Forse, di nuovo, ci sono porte che silenziosamente si aprono, case che nascondono, donne che accolgono figli non loro. Sono storie che non arrivano quasi mai sui giornali, o ci arriveranno dopo, quando l’ubriacatura e la follia dell’odio sarà finita. Forse sapremo un giorno che anche questi nuovi tempi di persecuzione hanno i loro Giusti – coloro che, come testimoni, si passano di mano in mano, piccola ma luminosa, una fiamma.