Opinioni

La santità umile e alta di un Papa «messaggero». Quel dono d’amore

Marcello Semeraro domenica 19 ottobre 2014
Scrisse nel "Pensiero alla morte": «Il Signore mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata… Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo». Dono d’amore alla Chiesa è, forse, la sintesi più bella della vita di Paolo VI. Jean Guitton, che come pochi ne ha conosciuto l’animo, ripeteva che il suo fu un amore senza frontiere; anzi, con una particolare sensibilità nella ricerca dell’amore «difficile»; per quelli, cioè, che comunemente sono chiamati i lontani. Il comandamento dell’amore sembrava che egli l’intendesse così: "Ama chi è più lontano da te come te stesso". Quest’amore diventava in lui ricerca dell’altro.In un’omelia del 9 marzo 1963 Montini parlò del Concilio, di cui pochi mesi dopo avrebbe preso il timone. Disse che la Chiesa stava cercando di giungere a un nuovo contatto col mondo; voleva parlargli ancora. Anticipò così la parola dialogo, che avrebbe ripreso in Ecclesiam suam: «La Chiesa ambisce ritessere un dialogo». Quando, poi, il 4 ottobre 1965 parlò all’Onu (e fu la prima volta per un Papa) disse: «Noi siamo come il messaggero che, dopo un lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata. È da molto tempo che siamo in cammino». Come e quanto abbia amato il mondo, lo ha sintetizzato Benedetto XVI quando in Caritas in veritate ha scritto che Paolo VI «ha illuminato il grande tema dello sviluppo dei popoli con lo splendore della verità e con la luce soave della carità di Cristo»; accennando poco più avanti all’Humanae Vitae e poi all’esortazione Evangelii Nuntiandi, aggiunse che «mosso dal desiderio di rendere l’amore di Cristo pienamente visibile all’uomo contemporaneo, Paolo VI affrontò con fermezza importanti questioni etiche, senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo».Il mondo, sì. Oggi, però, a noi preme ancor più ricordare che Montini ha amato la Chiesa. Dom Mathieu ha scritto che l’amore per essa fu il fattore unificante dell’esistenza di Paolo VI. Nei suoi primi gesti, egli ci ha pure detto come sognava la Chiesa. Chiesa delle sorgenti, anzitutto. Perciò nel gennaio 1964 (ancora una prima volta per un Papa) andò in Terra Santa: «Noi, speriamo d’incontrare il Signore nel nostro viaggio», disse. In ultima analisi, il segreto di Paolo VI era proprio lui: Cristo, intensamente e unicamente amato. Ai campesinos di Bogotà, il 23 agosto 1968 disse: «Siamo venuti per onorare Cristo in voi, per inchinarci perciò davanti a voi e per dirvi: noi vi amiamo».Paolo VI, difatti, sognava pure una Chiesa povera per i poveri. Il 13 novembre 1964 tolse la tiara e la depose sull’altare di san Pietro. Sognava pure un Chiesa umile «che conosce i propri limiti umani, i propri falli, il proprio bisogno della misericordia di Dio e del perdono degli uomini» (10 agosto 1966). Ed ecco che, sorprendendo tutti, il 14 dicembre 1975 s’inginocchiò a baciare i piedi del metropolita Melitone di Calcedonia. Gesto tremendum. Il padre Duprey confidò che Paolo VI, alludendo alle critiche che quel suo gesto aveva suscitato, disse meravigliato: «Mi si rimprovera d’avere umiliato la Chiesa. Come potrei avere umiliato la Chiesa imitando il gesto di Gesù coi suoi apostoli?».Rivolto agli ordinandi, nell’omelia già richiamata del 9 marzo 1963, Montini disse che la Chiesa avrebbe iniziato il suo colloquio col mondo con il loro sguardo sulle sue necessità, le sue piaghe, le sue sofferenze. Era, in anticipo, lo sguardo di Francesco, che ai parroci di Roma ha detto: «La Chiesa oggi possiamo pensarla come un "ospedale da campo". C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Misericordia significa prima di tutto curare le ferite» (6 marzo 2014).Paolo VI desiderava che la Chiesa sapesse quanto l’ha amata. La Chiesa oggi glielo dice a voce alta: sì, lo so che mi hai amata! Questo medesimo attestato sa di doverlo dare anche la nostra famiglia di "Avvenire", che di Paolo VI è creatura. «La nostra educazione domestica ci rende dei vostri», disse ai giornalisti il nuovo Papa alla vigilia dell’Incoronazione. Sentirsi di casa col nuovo Beato è gioia grande per noi, come sapere di essere stati voluti e amati da lui.