Opinioni

La bussola. Quel «difficile» patto con Berlusconi e il rischio-melassa

Eugenio Fatigante venerdì 17 gennaio 2014
Il tempo stringe. Ed è lo stesso Matteo Renzi ora ad anticipare la dead-line: «Lunedì spero di chiudere» sulla legge elettorale, ha twittato ieri sera il segretario-sindaco prima che la direzione del Pd fosse riconvocata appunto per il 20. Col passare dei giorni si fanno sempre più insostenibili la situazione politica e, con essa, quello che il leader del Pd ha definito il «derby tra proporzionalisti e non proporzionalisti». Di più: la credibilità dello stesso Renzi, fortificata dal voto popolare ottenuto alle primarie, rischia di cominciare a bruciarsi se nel giro di una settimana non ci sarà una qualche svolta almeno sulla riforma della legge elettorale.L’alta tensione con Letta, che non si è nemmeno presentato alla prima direzione della sua gestione così palesando anche plasticamente le distanze fra i due, è ormai quasi un elemento che fa da sfondo rispetto all’"evento" atteso per le prossime ore: un incontro fra Renzi e Silvio Berlusconi, finalizzato alla chiusura di un patto. Una trattativa che viene letta con prospettive diametralmente opposte dalle due fazioni Pd: per lostaff lettiano e la minoranza di Gianni Cuperlo nasconde solo l’ennesima trappola tesa dall’abile Cavaliere, in fondo indifferente a una intesa autentica e pronto - casomai la situazione precipitasse - a tornare alle urne anche col nuovo proporzionale "riesumato" dalla Consulta; per Renzi e i suoi resta invece, al tirar delle somme, l’unica carta realmente giocabile per imprimere una svolta. Una tentazione, questa, rafforzata dalla convinzione che il rapporto con Alfano e il Ncd non è così essenziale («Lo rispetto, ma Alfano non è uno di noi»).A questo punto per il sindaco di Firenze, uomo poco "allenato" alle fatiche della mediazione politica, il pericolo di finire insabbiato nelle estenuanti trattative da Prima Repubblica è reale. Sulla legge per il voto come sui capitoli principali del patto 2014 - Fisco e lavoro -, dove vuole evitare il dibattito attorno all’articolo 18. Davanti a questi punti focali, perde importanza il balletto "rimpasto-governo bis". Ad andare a Palazzo Chigi senza un’investitura derivante da un voto, d’altronde, Renzi non ci pensa proprio. Peraltro, dosi di ambiguità rimangono anche nel suo rapporto con Letta, come il premier ha dimostrato dicendo di non condividere il giudizio renziano sui 9 mesi passati, ma concordando sull’esigenza di un «nuovo inizio» (senza motivarlo). Una ripartenza che potrebbe trascolorare però - come Renzi (e non solo lui) teme - in una prolungata melassa.