Opinioni

Previdenza, chiromanzia e realtà. Giovani e riforma della previdenza, il problema non è (solo) la pensione

Francesco Riccardi giovedì 21 aprile 2016
I conti sulle pensioni non tornano. E non parliamo solo dei bilanci dell’Inps, gravati da un deficit strutturale. Ma degli slogan lanciati, dei messaggi cifrati, delle vere e proprie manovre che si stanno delineando intorno alla previdenza. Ciò che è accaduto martedì è esemplare. Di prima mattina il ministro dell’Economia apre uno spiraglio sulla possibilità di modificare il sistema previdenziale, anche se, già a sera, il principale consigliere economico della presidenza del Consiglio torna a piantare una serie di paletti, evidenziando come un intervento strutturale sulla flessibilità in uscita avrebbe un costo tra i 5 e i 7 miliardi di euro, difficilmente sostenibile e ancor più difficilmente accettabile da parte della Commissione europea. In vista di un duplice passaggio elettorale – il referendum costituzionale a ottobre, le elezioni politiche con ogni probabilità già nel 2017 – il tema assai popolare delle pensioni ritorna così nell’agenda dell’esecutivo, dopo essere stato a lungo negato e rinnegato. Il nodo, non meno intricato di quello gordiano, è come riuscire ad allentare la morsa sull’età del pensionamento senza incidere troppo sul bilancio pubblico. Le ricette in campo sono diverse: prestito previdenziale, anticipo con penalizzazione variabile, prelievo sulle rendite cosiddette "d’oro", perfino un mix di tutte e tre. Ma mentre il dibattito è ancora sul nascere, lo stesso martedì come una bomba esplode l’intervento del presidente Inps sui 35enni di oggi che «rischiano di andare in pensione solo a 75 anni», a causa dei buchi accumulati nella «contribuzione per prolungati periodi di disoccupazione». Il messaggio sotteso sembra: occorre intervenire sulla flessibilità in uscita verso la pensione, altrimenti i lavoratori "anziani" restano troppo a lungo nelle imprese e non c’è spazio per l’ingresso dei giovani che non arriveranno mai alla pensione. Una tesi suggestiva, sempre sostenuta dai sindacati, ma che paradossalmente proprio Tito Boeri, in veste di economista, smentiva con parole nette appena tre anni fa in un articolo sul suo sito lavoce.info: «...nei dati la sostituibilità tra lavoratori giovani e anziani proprio non esiste. Sarebbe dunque utile abbandonare questa logica». Allora perché parlarne adesso? Perché gettare nello sconforto i trentenni? Certo, la previdenza è proprio la capacità di guardare al futuro per tutelarsi dai fattori negativi. Ma compiere oggi una proiezione a 40 anni sul mercato del lavoro e sul sistema pensionistico assomiglia più a un esercizio di chiromanzia che non a uno studio scientifico. Negli ultimi 40 anni, in Italia sono state approvate almeno 10 riforme della previdenza che hanno cambiato completamente il sistema di calcolo, di finanziamento, i limiti di età e i criteri del pensionamento.Quanto è cambiata la pensione che i 60enni di oggi bramano rispetto a quella che immaginavano da trentenni nel 1986, già quasi 'pregustandola'? E quante altre riforme interverranno da qui al 2056 quando, secondo i calcoli del presidente Inps, dovrebbero andare in quiescenza i 35enni di oggi? Più di tutto, però, sono i cambiamenti incredibilmente veloci dei servizi, della produzione e del lavoro stesso, imposti dallo sviluppo tecnologico, a far apparire poco realistiche le previsioni di pensionamento da qui a 40 anni dei nostri giovani. Siamo sinceri: il problema non è quanti anni di inoccupazione sconteranno i ragazzi del 1980 e quanti contributi eventualmente mancheranno loro in futuro, ma se lavoreranno.  E come e dove. Con quali contratti e quali retribuzioni. Gli addetti di interi settori – ad esempio quello dei call center – sono destinati a scomparire nel giro di meno di un decennio, sostituiti da software con nomi accattivanti come 'Amelia' della Ipsoft. Altri verranno soppiantati dai robot, i nuovi 'dipendenti non umani' delle fabbriche 4.0. Le ricerche delle università di mezzo mondo ci dicono che la metà almeno dei nostri ragazzi avrà un lavoro che oggi neppure esiste o immaginiamo. Preoccuparsi se – nel 2056 – i trentenni dovranno attendere 2 o 3 anni in più per la pensione ci pare proprio l’ultimo dei pensieri. E poi per chi ha solo il contributivo non bastano forse 20 anni di versamenti per la pensione di vecchiaia? Una maggiore flessibilità in uscita verso la pensione è auspicabile e, come scrivevamo due settimane fa, sarebbe bene aprire subito un confronto serio e documentato sulla questione. Senza allarmismi, senza manovre tattiche. Coscienti che resta l’occupazione – e il lavoro dei giovani in particolare – l’emergenza più importante da affrontare. Qui e ora, e sempre.