Opinioni

Il silenzio comprato e il lavoro debole. Quattro anni della legge anti-caporalato

Bruno Giordano giovedì 29 ottobre 2020

Caro direttore,
Il 29 ottobre di quattro anni fa veniva approvata la legge 199 contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro grazie alla quale è emerso quello che molti non volevano vedere, che nel nostro Paese ci sono nuove e vecchie schiavitù, alimentate da un’economia sommersa o apparentemente regolare. L’Istat qualche giorno fa ha pubblicato i dati dell’economia sommersa e di quella illegale che ammonta a oltre 210 miliardi di euro, 11% del Pil, dove il lavoro nero, per oltre 3 milioni e 650mila lavoratori, non rappresenta solo un lavoro senza dignità, ai confini con la schiavitù, imperniato su caporali e datori senza scrupoli, ma un tema indifferibile di politica economica, criminale, sociale: evasione fiscale, previdenziale, assicurativa, frode strutturale allo Stato sociale e quindi grave per la spesa pubblica, con oneri pesantissimi per le tasse e i contributi pagati da cittadini e imprese onesti. Dopo quattro anni di arresti, indagini, sequestri di aziende, non solo agricole ma anche multinazionali, oggi nessuno di noi può girarsi dall’altra parte e dire di non sapere.

Tutti hanno dovuto vedere gli invisibili, nascosti dietro la filiera di molti prodotti al supermercato o in alcuni servizi, come quelli a domicilio o di trasporto merci. Raramente, però, questi processi sono iniziati su denuncia di braccianti indiani, rumeni, albanesi, studenti italiani, disoccupati senza speranza o semplicemente irregolari che hanno dovuto accettare lavori sottopagati, senza alcuna previdenza e sicurezza, oltre ogni orario e diritto umano prima ancora che sindacale, per sottrarsi alla fame e per continuare a vivere. Quando non si denuncia per paura di perdere un lavoro indegno vuol dire che in un’economia indecente qualcuno per tre euro l’ora ha comprato pure il silenzio.

Ma a chi subisce per bisogno non possiamo chiedere di fare anche l’eroe; è lo Stato che deve esserci. Ci chiediamo non solo cosa abbia fatto lo Stato in questi anni ma cosa deve ancora fare. Innanzi tutto la giustizia. Lo sfruttamento del lavoro è un reato contro l’umanità, l’economia, la solidarietà, lo Stato sociale; contrastarlo è un obbligo costituzionale. Non possiamo attendere che nelle Procure arrivino le denunce di disperati ma bisogna cercare questi reati, nei mercati di uomini e donne, scovare e confiscare il profitto di datori, caporali e imprese, con ogni mezzo di contrasto e con tutti gli incisivi strumenti processuali messi a disposizione dalla legge 199: dai collaboratori processuali ai sequestri, dalla responsabilità amministrativa delle imprese alle misure di prevenzione che prevedono l’amministrazione giudiziaria dell’impresa. Si pensi alle decisioni del Tribunale di Milano intervenuto con questi strumenti su una multinazionale che gestisce i rider facendo emergere la realtà del delivery: ragazzi sfruttati per pochi euro l’ora, senza diritti e senza orario. Un lavoro per disperati, come avrebbe detto uno degli indagati.

Anche l’impresa deve muoversi per contrastare l’irresponsabilità sociale, deve dire «no a un’economia dell’esclusione e dell’iniquità... questa economia uccide », per usare le parole di papa Francesco cui fa eco il premio Nobel Stiglitz quando spiega che «il sistema economico è non solo inefficiente e instabile ma anche profondamente iniquo». Esclusione, iniquità, debolezza, disuguaglianza sono le cause e le conseguenze di un’economia indecente. Ma il bisturi della legalità e le scelte di etica d’impresa non bastano a sradicare lo sfruttamento, occorre che lo Stato affini i propri strumenti di conoscenza e di contrasto ben prima e oltre la legge penale e la responsabilità sociale d’impresa.

Il silenzio della politica non può andare oltre. Il Parlamento deve ancora discutere il disegno di legge sul divieto della doppia asta, sistema di acquisto dei prodotti da parte della grande distribuzione organizzata che vessa i produttori agricoli. Occorre pensare a una disciplina del consumo etico per la conoscibilità dei prodotti: paradossalmente oggi di qualsiasi alimento possiamo conoscere filiera, origine, ingredienti, proprietà nutritive, tipo di coltivazione ma non è dato sapere se è stato prodotto con il sangue di un bracciante pagato a due euro l’ora per abbattere il costo del lavoro, aumentare il profitto, fare concorrenza sleale. Il Senato ha varato da due anni una Commissione di inchiesta sulla sicurezza del lavoro e lo sfruttamento del lavoro, sulla scia di quelle istituite dagli anni 50 del Novecento, e in particolare di quella del 1989 presieduta da Luciano Lama, ma ancora non viene costituita e avviata. La regolarizzazione amministrativa dei lavori irregolari - che opportunamente ha escluso il reato di caporalato dai fatti che diventano non punibili - non ha conseguito i risultati sperati.

È necessario tornare su tale misura con incentivi diversi. Lo sfruttamento del lavoro non solo avviene con la violenza e la vessazione ma si annida tra le clausole dei nuovi tipi di contratti, dalla somministrazione alle varie forme di prestazione interinale, che rendono formalmente pulito il lavoro debole. Di conseguenza occorre un’Agenzia unica nazionale, che concentri le conoscenze di diritto e le specifiche strategie investigative e di intervento, che smascheri rapporti di lavoro formali, per contrastare una realtà criminale diffusa in tutte le regioni, dall’edilizia, ai trasporti, dall’agricoltura ai servizi a domicilio, che si avvalga di banche dati, e di tutte le forze ispettive.

Oggi invece per eseguire un blitz in un’azienda, dove è possibile un arresto obbligatorio in flagranza di reato, occorre che il pm coordini la polizia giudiziaria, gli ispettori del lavoro, dell’Asl, dell’Inps, dell’Inail. Complessivamente in Italia ci sono due ispettori ogni 5mila aziende. Purtroppo l’Ispettorato nazionale del lavoro, voluto dal Jobs Act, è in grave deficit di ispettori, con un concorso atteso da due anni e di cui non si intravede l’esito. Non bastano le leggi, occorre applicarle, tutti insieme, affinché, come dice il sociologo israeliano Margalit, ci sia una società decente che sia contro le condizioni che giustificano l’umiliazione dei suoi membri.

Magistrato presso la Corte di Cassazione Presidente del Movimento per la Giustizia