Opinioni

La violenza che lascia attoniti. Quando cede l’argine

Marina Corradi giovedì 28 luglio 2011
Fino a un momento prima di arrivare a quel semaforo, il ragionier V.P. credeva d’essere un uomo tranquillo. Settantuno anni, dirigente in pensione, nessun precedente penale. Che cosa, in un pomeriggio di luglio, ha scatenato in lui una furia tale da spingerlo a inseguire e travolgere un motociclista, uccidendolo, solo per una lite su una precedenza non data? Le testimonianze concordano: volontariamente l’auto è passata sopra il ragazzo, già a terra. E tutto è successo in pochi istanti: una frenata, un insulto, uno sputo in faccia al vecchio; e una rabbia che monta improvvisa, feroce, come dal nulla; e ora è lei che tiene il volante, e preme sull’acceleratore, mentre gli occhi sono come accecati. Poi, è solo un giovane padre di una bambina di tre anni morto; e un uomo inebetito che dice: «Non volevo». Cosa è stato dunque a Milano in via Andrea Doria, o a Roma, due anni fa, quando un padre di famiglia uccise per una banale lite su un parcheggio, o a Milano, ancora, l’autunno scorso, dove un tassista venne pestato a morte per avere investito un cane?Restiamo attoniti davanti a queste tragedie, perché accadono fra gente fino a quel giorno inoffensiva. Per un nulla: una parola come ne vengono dette tante, senza che poi ne muoia nessuno. Sembra però che queste storie si ripetano con crescente frequenza. E senza arrivare al dramma, quante volte capita di assistere, alla cassa di un supermercato o in un ufficio pubblico, all’esplodere di una lite spropositata, se solo qualcuno non rispetta la fila. È come se un fondo di frustrazione, di rancore, albergasse in molti, benché a volte trattenuto dall’educazione; ma se improvvisamente qualcuno, con una parola o un gesto, abbatte questa sottile barriera, allora la rabbia viene fuori di getto, come dalla crepa di una diga. Come paglia, a cui venga avvicinato un cerino: e divampano le fiamme, dove tutto sembrava mansueto. Cos’è?, ci domandiamo stupefatti. E da dove viene, questa cosa oscura che insorge e acceca uomini tranquilli? Guardiamoci: per la strada, sull’autobus, in una sala d’attesa. Non c’è nell’aria, fra molti di noi, come un’amarezza muta, un confuso malanimo verso tutti e nessuno, che appunto solo la buona educazione trattiene negli argini? Come una delusione, come se la vita non avesse mantenuto le promesse, e si fosse stati ingannati; come se gli "altri", attorno, da chi ci governa al capo ufficio, al vicino rumoroso, fossero insieme i responsabili di un’oppressione che schiaccia. E in questa frustrazione un rancore silenzioso si allarga. In mille restano arrabbiati, ma civili. Uno, a un semaforo, insultato, scatta; è un attimo, è il cerino nella paglia, la provocazione che infiamma quel fondo contenuto di rabbia.Perché, però, sempre più spesso? Siamo forse più poveri o infelici di cinquant’anni fa? No. Siamo però molto meno educati a riconoscere, dentro l’amarezza per l’egoismo, l’indifferenza, la solitudine che avvertiamo attorno, la nostra personale responsabilità, accanto a quella degli altri. Nelle parole su un tram di Milano o di Roma cogli la stanchezza: i potenti rubano, le tasse opprimono, i medici sbagliano, i figli abbandonano. Mai però l’eco di una coscienza, in cui si riconosca che "noi" non siamo innocenti; che il male non è solo quello degli altri, ma anche il nostro. È la dimenticanza di quella vecchia abitudine che era l’esame di coscienza, la sera; l’ora in cui dire: «Anche io, perdonami». Se il male è solo quello fatto dagli altri, il rancore sotterraneamente si allarga e preme. I più rimangono educati e equilibrati. Ma è un argine che può cedere. D’improvviso, a un semaforo. Un sorpasso, un anziano signore perbene sulla sua auto, due parole grosse. Come dal nulla, l’ira che sale, onda improvvisa da un mare piatto; e corre e acceca, e scoppia in una violenza antica.