Opinioni

Istituti di detenzione e civiltà. Proviamo a sognare

Giuseppe Anzani mercoledì 18 dicembre 2013
Che cosa vuol dire un “pacchetto giustizia” sotto l’albero di Natale? Che cosa regala a chi? Che cosa promette? Il primo indirizzo che c’è scritto è quello dei detenuti ristretti nelle nostre carceri, quelle che ancora l’altroieri il capo dello Stato chiamava «disumane». Diventeranno umane? Il problema, come si sa da anni, è che scoppiano; e seppure qualcuno ancora una volta chiamerà «decreto svuota carceri» un provvedimento che lo lascerà comunque strapieno, non potendo far rientrare la situazione neanche nel limite del “tutto esaurito”, del pienone di minima decenza (bisognerebbe metterne fuori 20mila o traslocarli non si sa dove), sarà una breve pioggia dentro una fornace. Ma è un primo passo, non guastiamo gli auguri, cominciamo la strada; la direzione è giusta se contiene quel senso di umanità che ha ispirato nella nostra storia giuridica la legislazione “premiale”.Il premio, simmetrico al castigo, appartiene alla medesima grezza pedagogia della correzione della condotta; ma dove il castigo costringe, il premio invoglia. Il castigo da solo può inchiodare all’ostilità e alla rivolta repressa, il premio può incoraggiare la collaborazione e l’emenda. Per questo vediamo con favore aumentati gli sconti di pena per i detenuti di buona condotta (liberazione anticipata), e allargato l’affidamento in prova ai servizi sociali. E in questo medesimo solco è segnale umanizzante il ricorso alla detenzione domiciliare, in luogo delle sbarre.Ed è promessa di tutela, per i diritti che spettano all’uomo pur sottoposto alla pena, la nuova figura del Garante nazionale (che vorremmo appassionato, concreto e provvido) e la nuova procedura davanti al giudice di sorveglianza.Qualche riflessione in sospeso: a chi è nel laccio di reati connessi alla tossicodipendenza può offrirsi la speranza di recupero in comunità, invece del carcere, ma nel contrasto allo spaccio, anche quello minuto e diffuso, non si deve gettare la spugna. Un altro indirizzo, nel pacchetto sotto l’albero, riguarda la giustizia civile. Le cause che non a migliaia, ma a milioni “pendono” nei tribunali e non finiscono mai. I rimedi annunciati sono simili a quelli già proposti, introdotti, tentati, attuati in passato; adesso è il turno del rito sommario, delle sentenze spicce, del giudice unico anche in appello per certe materie “semplici”, della scommessa sulle vie telematiche. Rimedi d’affanno, non privi di rischi, che vanno provati e sorvegliati, eventualmente corretti sul campo. Senza pessimismo ma senza illusioni, finché un giorno o l’altro non ci sveglieremo tutti a chiederci il perché cruciale. Perché siano milioni le liti che appendiamo all’albero della giustizia civile, e se invece che ai rami non sia il caso di guardare finalmente alle radici, cioè al rispetto delle regole, quello che ci manca. Milioni di inadempienze e torti fanno milioni di liti, sul dorso di un apparato che non le regge. Il diritto romano l’aveva compreso, aveva chiuso il teorema giustizia in tre parole: vivere onestamente, non far male agli altri, dare a ciascuno il suo.Almeno a Natale, proviamo a sognare. Non dico i tribunali vuoti, ma almeno il desiderio di un costume onesto come “normale”, di regole rispettate, di promesse mantenute, di torti evitati, sicché l’ingiustizia divenga la solitaria eccezione e il “chiedere giustizia” un pronto soccorso. Anche a noi tocca metter qualcosa sotto l’albero.