Opinioni

Insana rivalità. Professori che uccidono le mogli se fanno più carriera all'università

Ferdinando Camon mercoledì 8 giugno 2022

Ha ammazzato la moglie, docente universitaria, non perché era più brava di lui, ma perché aveva più successo, e cioè la sua bravura era riconosciuta dal pubblico. Questo gli dava fastidio. Non è un problema suo soltanto, del marito assassino, è un problema generale, il problema della rivalità nelle coppie: se lei è più brava, capisce di più, scrive libri migliori, fa scoperte più importanti, questo è sopportabile, anzi forse addirittura desiderabile, ma se lei vince un premio al quale lui è stato bocciato, se lei avanza nella carriera e lui resta al palo, questa è una ferita nella vita della coppia, e per quella ferita la coppia può morire. Nei casi peggiori, è la donna che può morire.

Traggo spunto dalla studiosa bresciana, docente di letteratura inglese all’università di Suffolk (ma i giornali dicono: la «prestigiosa » università di Suffolk), uccisa a coltellate dal marito, pare – stando alle cronache dei giornali – «sempre più frustrato e invidioso per la carriera brillante di lei». Ma traggo soltanto lo spunto e nulla più, in realtà quel che trovo interessante è l’ennesima prova della potenza che ha la rivalità all’interno della coppia. Se lei torna a casa e dice: «Per strada mi hanno fischiato », in segno di complimento per la sua bellezza, lui non s’inquieta, perché pensa che se fischiano la moglie plaudono al marito. Ma se lei dice: «In ufficio mi hanno proposto la direzione di...», e magari a quella direzione lui è stato bocciato, ecco che lui si rabbuia, anzi da quel momento è la sua vita che si rabbuia. E dove succedono spesso e volentieri questi rabbuiamenti? Nelle vite universitarie. Perché le vite universitarie sono scandite dai gradini che si salgono, non dalle scoperte che si fanno.

Io vivo e scrivo in una città (che non nominerò) nella quale esiste una "Associazione delle mogli dei professori di prima fascia". Che questo professore universitario fosse geloso dei successi della moglie è comprensibile, forse anche benefico per la società, se lui viene stimolato a raggiungere altrettanti successi, ma è dannoso, e infine criminoso, se lui pensa di boicottare lei, ostacolarla, o addirittura ammazzarla. Quasi sempre, se la uccide, la uccide a coltellate, in un corpo a corpo. È una faccenda privata, ravvicinata, a due. Non c’entra l’università che la promuove. C’entra lei che si fa promuovere. Non è un problema di merito: lei può meritare tanto, è bello avere una moglie che merita tanto, purché non lo ottenga. Forse lei ha scritto dei bei libri, ma lui non l’ammazza per i bei libri, l’ammazza per i bei premi.

Questo uxoricidio tra due scienziati universitari non è un delitto di scienza ma d’università. Non di scoperte, ma di carriera. Non di libri, ma di premi. Non di Mozart, ma di Salieri. E lo dico con la morte nel cuore: perché io ho studiato a Legnago, e Legnago ha dedicato il suo teatro al suo Salieri, e in quel teatro noi studenti andavamo per le cerimonie di premiazione. Belle cerimonie, belle premiazioni. Peccato che il nome di Salieri incombesse come un ammonimento.