Opinioni

Il ruolo della Rai e lo spazio dato a crisi e manovra. Il servizio pubblico vince solo con le priorità del Paese

Gigio Rancilio martedì 6 dicembre 2011
Oggi tutti celebreranno l’ennesima vittoria di Raiuno, col gran finale di Fiorello insieme a Roberto Benigni. Vedere la Rai trionfare non può che fare piacere. Ma proprio chi crede ancora nel ruolo primario della Rai non può non farsi una domanda: basta questa pur meritata vittoria a fare grande il Servizio pubblico? Se di getto avete risposto «sì», probabilmente avete (in)consciamente deciso che la bontà della televisione si misura con i suoi ascolti (della serie: se la vede tanta gente, è sicuramente nel giusto). Se avete risposto «no», probabilmente fate parte di quella nutrita fetta di persone che al Servizio pubblico chiede un surplus. Di offerta, di ruolo e di stile. Gli chiede di vincere e di avere i conti a posto, ma soprattutto di aiutare il Paese a migliorare. Per una volta, la tivù «educativa» del maestro Manzi possiamo anche lasciarla da parte. Ci basterà ricordare che per far crescere un Paese si può anche provare a proporgli le cose più importanti, nel migliore dei modi. Così che certe offerte possano raggiungere tutti, anche i più pigri e i più distratti. Poi i telecomandi faranno la loro scelta. Ma non prima di essere incappati in questo o quell’evento televisivo importante. Non a caso Raiuno stasera alle 20.35 aprirà una finestra speciale di mezz’ora per il "Porta a porta" con ospite il presidente del Consiglio Mario Monti. Così da far ascoltare al maggior numero di cittadini le novità e le ragioni della manovra straordinaria che attende il nostro Paese. E non a caso Raidue (con Radio1 e Rainews24) ieri ha offerto una lunga diretta pomeridiana per le comunicazioni del premier ai due rami del Parlamento. Il momento è particolarissimo e merita tutto lo spazio possibile. Eppure, domenica sera, chi voleva seguire l’intera diretta della conferenza stampa del premier ha dovuto sintonizzarsi sui canali «all news», come RaiNews24, SkyTG24, TgCom24. Unica eccezione: La7, che ha raccolto il 10,13% di share, con oltre 2,9 milioni di telespettatori. Il tutto mentre i tre principali canali Rai – finestre nei telegiornali a parte – s’occupavano d’altro. Che la Rai sia grande e la sua offerta sempre più vasta è un dato che non sfugge a nessuno. Ma chi fa televisione sa bene che con l’avvento del digitale terrestre e del satellite i canali televisivi si sono, sì, moltiplicati a dismisura, ma non è la stessa cosa programmare una diretta su Raiuno, Raidue e Raitre o su RaiNews24. Innanzitutto perché il grosso del pubblico fa ancora fatica ad andare oltre il numero 10 del telecomando e quindi certi canali sono naturalmente più seguiti di altri; e poi perché noi tutti diamo a ciò che programmano le prime reti Rai un peso diverso. Maggiore. In fondo è quello che sostiene il Contratto di servizio che viene stipulato ogni tre anni dal Governo e dalla Rai, in quanto «società concessionaria incaricata di svolgere l’espletamento del servizio pubblico radiotelevisivo». Quello in vigore è dello scorso 6 aprile. È composto da 1.697 righe, divise in 381 paragrafi, per la bellezza di 15.189 parole, e cioè 91.699 caratteri (spazi esclusi). Tanti. Troppi, forse. E infatti pochissimi lo leggono, anche se lì dentro sono contenute le linee guida del Servizio Pubblico radiotelevisivo. A noi, in questo caso, basta l’articolo 3. Quello che recita, tra l’altro: «La Rai riconosce come fine strategico e tratto distintivo della missione del servizio pubblico la qualità dell’offerta, si impegna ad assicurare la presenza in ogni momento della giornata, su almeno una delle tre reti generaliste, di programmi appartenenti ai generi predeterminati di servizio pubblico, garantendo agli utenti una scelta di qualità senza soluzioni di continuità». Il punto sta tutto qui: la Rai deve dare il giusto spazio alle cose più importanti, «in ogni momento della giornata, su almeno una delle tre reti generaliste». Solo così il Servizio Pubblico vince davvero. Miscelando Fiorello e Benigni non solo tra loro ma con le priorità del Paese.