Opinioni

Nel gelo del carcere il perdono fa rinascere la speranza. La preghiera per il lupo dietro le sbarre

Marco Pozza mercoledì 15 agosto 2012
Come brezza mattutina dentro le celle di galera: una preghiera – all’alba o all’ora del vespro poco importa – «perché i carcerati siano trattati con giustizia e venga rispettata la loro dignità umana», come ha raccomandato qualche giorno fa il Papa. Là dentro non s’avverte il rintocco della campana di paese, il lento incedere del gregoriano dei giorni di festa, il profumo degli incensi all’approssimarsi del gaudio. Dietro le sbarre se ne stanno accovacciate anime vaganti che di una cella di galera hanno fatto il loro punto di osservazione sul mondo, con tanta paura a scardinare la presunta prepotenza d’un tempo: d’essere soli, abbandonati, traditi. Del passato, del presente, del futuro. Dell’amico, del nemico, di loro stessi. Della guardia, delle sbarre, della notte. Del silenzio e talvolta pure di Dio. Una preghiera per loro, al pari di quelle semplici invocazioni che ancor oggi si scambia la gente di montagna all’approssimarsi del pellegrinaggio di qualcuno: «Prega per mio figlio». Con il manganello, la spranga e il lucchetto il lupo rimane distante: ritornerà all’assalto con una ferocia inaudita. Con la preghiera, la vicinanza e l’amore il lupo s’addomestica, s’addolcisce, si rasserena: nessun lupo ci guadagna a rimanere solitario e impaurito dentro la steppa. Una preghiera per i carcerati è una preghiera che s’innalza al cielo per Caino. Pregare per lui significa aprire spiragli di luce dentro l’oscurità del male perpetrato: scovarne le tracce, scardinare le radici di un gesto e prendere le distanze dal male compiuto: perché l’uomo non è solo il suo errore. Pregare per chi di Caino ha raccolto il testimone, altro non è che fargli trovare in fronte alla cella la realtà più dura da accettare: il perdono. Perché nessuna vendetta perpetrata potrà mai vantare la forza disarmante del bene dato: la prima risveglia nell’uomo l’istinto brutale e rabbioso, il secondo lo smantella inaspettatamente. Fino a raccontare di biografie criminali diventate sprazzi di luce gloriosa di Cristo dopo aver sperimentato – magari senza condividere il dono della fede – che a forza di fare il bene le cose cambiano per davvero. Pregare e ricevere preghiere dietro le sbarre è fare esperienza di speranza: non la speranza vana dei falsi profeti denunciati dalla Scrittura, ma la speranza cristiana pennellata dal papa teologo, quella che nel mentre attende con trepidazione il momento sperato è già in grado di trasformare il presente. Fino a diventare la speranza di un’intera comunità, seppur criminale. Ed è una preghiera che sale dritta in memoria di Abele: nessun detenuto può rimanere esente dalla responsabilità delle gesta compiute. La nostalgia dei passi di Abele, la ferita di una fratellanza interrotta, il gesto di sostituirsi a Dio nel togliere una vita più che una memoria diviene un 'memoriale' che quotidianamente rimbomba dentro gli anfratti dell’animo e costringe l’uomo a fare pace con gli altri, con se stesso e con Dio. Porgere un pensiero di preghiera è prendere le difese di Abele nel non giustificare il male; e contemporaneamente sedersi accanto a Caino per aiutarlo a comprendere il male compiuto. Una sfida amabile quella lanciata da Benedetto XVI: fare della preghiera il crocevia dove il mistero del bene e quello del male sciolgono i loro fili, inevitabilmente intrecciati tra di loro, per divenire fili di una nuova tessitura. «La fede non è una bandiera da portarsi in gloria – scrisse Natalia Ginzburg –. È, invece, una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d’inverno». In carcere anche in pieno agosto si può avvertire il freddo agghiacciante dell’inverno: perché l’uomo è capace dei crimini più orrendi ma anche delle più inaspettate risurrezioni. Che per splendere fanno leva sull’insopportabile e disarmante bellezza della preghiera cristiana.