Opinioni

Il Belgio, noi e l'eutanasia dei piccoli. Poveri bimbi

Alessandro Zaccuri domenica 1 dicembre 2013
Pauvre Belgique!, si lamentava Charles Baudelaire, povero Belgio... Anche ai poeti può capitare di essere ingiusti, spe­cie quando espatriano in fuga dai credito­ri. A ripercorrerle oggi, però, le pagine in­dignate che un secolo e mezzo fa l’autore dei Fiori del Male dedicava ai cugini di Bruxelles qualcosa di profetico lo rivelano. Qual era, secondo Baudelaire, il difetto principale del Paese? Lo scimmiottamen­to del progresso, la ripetizione ossessiva di qualsiasi retorica della modernità, l’as­sunzione entusiastica delle premesse sen­za mai preoccuparsi delle conseguenze.È quello che sta accadendo con il provvedi­mento ormai conosciuto – per brevità non inesatta – come eutanasia dei bambini. In sostanza si tratta di abbattere il limite di età (qualsiasi limite di età) per quanto riguar­da l’applicazione della legge sul fine-vita in vigore in Belgio dal 2002. Una volta ap­provato in sede parlamentare, il provvedi­mento – che ha comunque già raccolto u­na significativa maggioranza nella com­petente Commissione del Senato – esten­derebbe anche ai minori l’accesso all’inie­zione letale. Purché siano rispettati i re­quisiti di sofferenza insopportabile, ag­giungono i più prudenti, e purché siano stati espletati tutti i passaggi formali: non solo il consenso dei genitori, ma anche l’in­tervento dello psicologo dell’infanzia, al quale è affidato il compito di assicurarsi che il bambino abbia capito bene la situa­zione. Provate a immaginarvelo, il dialogo tra il piccolo paziente e l’esperto che pro­pone le domande come da formulario, mette la spunta alle risposte, passa il fo­glio in amministrazione. Provate a imma­ginarvi la scena e di colpo l’utopia negati­va di Hunger Games, con i suoi spettaco­lari sacrifici umani a beneficio di teleca­mera, vi sembrerà quello che in fondo è: u­na cupa visione del futuro già superata dal presente in cui ci stiamo inoltrando. Eppure, nonostante tutto, dalla pauvre Bel­gique una lezione viene e va nel senso del­lo smascheramento. Drammatico, come è inevitabile che avvenga quando la parodia della ragionevolezza viene portata al pun­to di rottura. Se ci sembra assurdo (e lo è) che un bambino possa decidere della pro­pria morte è perché, semplicemente, da­vanti alla morte siamo tutti bambini. Crea­ture indifese che, costrette a misurarci con ciò che non comprendiamo e che ci so­vrasta, reagiamo ricorrendo alla risorsa i­nesauribile e illusoria del pensiero magi­co. Di cui i bambini sono maestri, appun­to. Sono inciampato? La colpa è del gradi­no. Mi spavento? Chiudo gli occhi e lo spa­vento se ne va. C’è il temporale? Sono io a comandare i tuoni. La morte è il mio de­stino? La trasformo in diritto e così ne di­vento il padrone. «Più di qualsiasi altro Paese – scriveva Bau­delaire nella sua furia – il Belgio è pieno di gente che crede che Gesù Cristo era un grande uomo, che la Natura insegna solo il bene, che la morale universale ha prece­duto tutti i dogmi in tutte le religioni, che l’uomo può tutto e che il vapore, la ferro­via e l’illuminazione a gas provano l’eter­no progresso dell’umanità». Generalizza­zione ingenerosa e perfino razzista, se pre­sa alla lettera. Ma dimentichiamo il Belgio e concentriamoci sul significato profondo di questa invettiva. Davvero non ci riguar­da questa pretesa «che l’uomo può tutto»? O, meglio, che tutto possa essere fatto dal­l’uomo? Così, senza rimorsi, come se fos­se un gioco giocato da un bambino.