Opinioni

Più grandi della colpa /14. La saggia fretta delle donne

Luigino Bruni sabato 21 aprile 2018

Noi vediamo i beni come un mezzo, come fili di un velo che maschera le relazioni sottostanti. L’attenzione si rivolge al flusso degli scambi, di cui però i beni marcano soltanto la trama.
Mary Douglas, Il mondo delle cose


Il dono è una parola grande, e quindi è una parola ambivalente. Perché se non fosse ambivalente non sarebbe grande, come grandi e ambivalenti sono l’amore, la religione, la comunità, la vita, la morte. La "capacità di donare e di accogliere doni" è una possibile definizione della natura umana, perché dono dice libertà, autonomia, dignità, bellezza. I doni ricevuti e fatti segnano le tappe decisive della vita nostra e di quella di chi amiamo, dal primo dono della vita fino all’ultimo, quando ridoneremo centuplicato quel primo dono, e forse solo in quel momento ne capiremo tutto il suo valore – e anche il valore e il senso di quell’ultimo dono che stiamo facendo. Ma tra i giorni più dolorosi della vita ci sono quelli segnati nella carne, con bisturi altrettanto pesante, da doni rifiutati, da offerte di fiducia tradite, da chi ha equivocato e stravolto il nostro dono, lo ha manipolato, travisato, distrutto. E come i doni che funzionano attivano circuiti virtuosi di contro-doni e di reciprocità generativa, i doni andati a male producono spirali di violenza, sempre molto dolore. Il dono ha poi la caratteristica stupefacente e tremenda di riuscire a trasformarsi repentinamente nel suo opposto: come l’acqua che in un istante passa dallo stato liquido a quello solido, il dono negato muore e rinasce astio e rabbia nel momento stesso in cui è negato. Come il dono di Caino, non gradito da Dio, che divenne l’anti-dono del fratricidio. È questo un effetto della complessità e della ricchezza del nostro cuore, capace di immenso amore e di immenso odio, perché infinito.

L’incontro tra Davide e Abigail è un’autentica perla letteraria, teologica, antropologica e sociologica. È introdotto da un fatto importante: «Samuele morì, e tutto Israele si radunò e fece il lamento su di lui» (1 Samuele 25,1). Samuele era legato a Saul e a Davide, era stato lui a consacrarli entrambi re. La sua scomparsa rende però Davide ancora più vulnerabile in Israele, che continua la sua peregrinazione di città in città. Arriva nel deserto di Maon, a nord-est del Sinai. Lì «vi era un uomo che possedeva beni a Carmel; costui era molto ricco (…) Si chiamava Nabal e sua moglie Abigail. La donna era saggia e bella, ma il marito era grezzo e cafone» (25,3-4). Arriva la festa per la tosatura delle greggi, e Davide invia a Nabal (il cui nome significa "scemo": nomen omen, come vedremo) dieci uomini per chiedere a quel ricco signore alcuni doni sotto forma di cibo e provviste, particolarmente preziosi data la loro condizione di fuggiaschi. Importante è la motivazione della richiesta di Davide: «Quando i tuoi pastori sono stati con noi, non abbiamo recato loro alcuna offesa e niente è stato loro sottratto» (25,7). Davide legge quindi la richiesta a Nabal come un contro-dono, come una dovuta risposta di reciprocità – nelle pratiche di dono, rispondere al dono ricevuto è un obbligo. La sua precedente correttezza lo induceva a pensare che Nabal avrebbe ottemperato alla duplice regola sacra del dono e dell’ospitalità e quindi ricambiato la sua onestà. Ma si sbagliava: «Nabal rispose ai servi di Davide: "Chi è Davide e chi è il figlio di Iesse? Oggi sono troppi i servi che scappano dai loro padroni. Devo prendere il pane, l’acqua e la carne che ho preparato per i tosatori e darli a gente che non so da dove venga?"». (25,10-11). Nabal non solo non invia doni a Davide, ma offende lui e i suoi uomini. Non lo riconosce – la prima negazione del dono è negare il riconoscimento del donatore. Questo rifiuto del dono perverte l’originaria benevolenza di Davide, che diventa rabbia e violenza: «Allora Davide disse ai suoi uomini: "Cingete tutti la spada!"» (25,13). E ripeteva in cuor suo: «Egli mi rende male per bene. Tanto faccia Dio a Davide e ancora peggio, se di tutti i suoi lascerò sopravvivere fino al mattino neanche uno che urina contro il muro» (25,21-22).

A questo punto della crisi entra in scena Abigail. Venuta a sapere dell’accaduto da uno dei suoi domestici, prende letteralmente in mano la situazione. Capisce subito la gravità del gesto maldestro di suo marito, e passa all’azione: «Abigail allora prese in fretta duecento pani, due otri di vino, cinque pecore già pronte, cinque sea [35 litri] di grano tostato, cento grappoli di uva passa e duecento schiacciate di fichi secchi, e li caricò sugli asini» (25,18). Abigail agisce in fretta. È narrativamente molto bella l’azione veloce di Abigail scandita da questa serie di numeri (anche i numeri hanno la loro bellezza laica), che ci rivela uno scrittore che conosceva bene il talento femminile. Fa parte del repertorio delle donne capire immediatamente il da farsi in circostanze drammatiche, in particolare in quelle causate da conflitti tra maschi, e indovinare ritmo e tempi. In questa azione veloce rivediamo, in presa diretta, il movimento di quelle molte donne che durante le crisi e le guerre agiscono d’istinto e rapidamente per salvare la loro famiglia, a ogni costo.

Abigail è icona della donna saggia, concreta e intelligente, che legge dentro le relazioni, e che poi opera per il bene comune. Opera per un istinto di salvezza. È l’esperta delle relazione e della cura, operatrice di pace. Tessitrice di trame di bene al servizio della vita. E agisce in segreto («non informò suo marito»), perché sa che gli uomini non capirebbero quell’intuito diverso e la ostacolerebbero. Custodisce nel cuore, e poi va: «Appena Abigail vide Davide, smontò in fretta dall’asino, cadde con la faccia davanti a Davide e disse: "Ti prego, mio signore, sono io colpevole!"» (25,23). Abigail scende ancora in fretta. Deve sanare subito quella ferita. Le donne, molto più degli uomini, non amano restare dentro relazioni malate. E, esperte dei tempi della vita e del corpo, sanno che nelle ferite relazionali il tempo è il fattore decisivo.
Abigail prende su di sé la colpa di quanto avvenuto, sebbene fosse innocente. Quando bisogna sanare una relazione ed evitare che si inneschi la spirale della vendetta, non importa chi ha ragione e chi ha torto, e comunque torti e ragioni importano poco. La giustizia deve cedere il passo al bene, e quindi alla vita. Troppe ferite continuano a sanguinare in nome della giustizia e della verità.
Le relazioni sono un "terzo" rispetto alle persone che le generano, sono una carne viva, e se va sanato quel "terzo-carne" poco contano le ragioni e i torti di chi ha ferito quel corpo. Occorre sanarlo, e basta. Poi faremo i conti, perché i "conti" fatti prima della riconciliazioni sono molto diversi e peggiori di quelli fatti dopo. Tutti siamo capaci di fare questo, ma le donne lo sanno fare di più, per quell’istinto vitale che le porta a scegliere la vita, a qualunque costo. E poi Abigail porge a Davide le sue offerte: «Ecco qui il mio dono» (25,27). È significativo che la parola ebraica scelta per dire "dono" sia brk, cioè benedizione, la stessa parola-buona donata dall’angelo a Giacobbe dopo il combattimento e la ferita dello Yabbok. I doni sono sempre parole, e i doni dopo le ferite sono sempre e soprattutto bene-dizioni, parole buone che mendicano riconciliazioni.

Quando si tratta di relazioni primarie, l’analisi costi-benefici delle donne è diversa da quella degli uomini. Per esse la riconciliazione e il bene comune della famiglia pesano molto di più. Forse anche per questo motivo quando il premio Nobel per la pace, Muhammad Yunus, diede vita all’innovazione finanziaria più grande dell’ultimo secolo (la Grameen Bank), all’inizio mise come regola che i prestiti fossero concessi soltanto a donne, perché sapeva che la restituzione e l’onorare il prestito era per le donne qualcosa di più importante e diverso, perché dietro quei prestiti c’erano relazioni, famiglia, figli, sangue, vita. E aveva ragione, e così donò una vita migliore a milioni di donne (soprattutto) musulmane, alle loro famiglie, ai loro figli, e ai loro mariti.
Davide fu convinto e vinto dalle parole di Abigail, che hanno la bellezza e la forza di una preghiera, di un salmo. Sono molte le preghiere e i salmi nati da parole-preghiere come questa di Abigail, perché non ci sono parole umane più spirituali e sante di quelle pronunciate da un’innocente che si fa colpevole per salvare ad ogni costo qualcuno. Ecco perché chi prega, prima di lodare Dio loda l’uomo e loda la donna, perché, anche se non lo sa, in quella lode sta usando le parole umane più belle e sante, quelle distillate dal dolore-amore di chi ha salvato dicendo parole diverse. Parole di uomini, e parole di donne. Ma le parole diverse delle donne, soprattutto nell’antichità, venivano pronunciate nelle segrete della casa e dell’anima, o restavano strozzate in gola, come nella splendida preghiera muta di Anna (cap. 1). La Bibbia va ringraziata anche per averci salvato e donato queste parole-preghiere di donne, che sono delle autentiche lapidi al "milite ignoto della pace e delle relazioni", che, come ogni lapide, è memoria e invito a riconoscere e a ringraziare.

«Davide disse ad Abigail: "Benedetto il Signore, Dio d’Israele, che ti ha mandato oggi incontro a me. Benedetto il tuo intuito e benedetta tu che sei riuscita a impedirmi oggi di giungere al sangue e di farmi giustizia da me"» (25,32). Parole belle, che riecheggiano quelle dell’angelo a Maria, che benedicono l’intuito e la fretta di quella donna, il suo genio.
La storia si chiude con la morte per infarto di Nabal, dopo un sontuoso banchetto: «Il mattino dopo, quando Nabal ebbe smaltito il vino, la moglie gli narrò la faccenda. Allora il cuore gli si tramortì nel petto ed egli rimase come una pietra» (25,37). Saputa la notizia, Davide, evidentemente colpito anche dalla bellezza e dalla grazia di Abigail, mandò suoi messaggeri da lei per chiederla in moglie: «Abigail si preparò in fretta, poi salì su un asino e, seguita dalle sue cinque ancelle, venne dietro ai messaggeri di Davide e divenne sua moglie» (25,42). Ancora una volta in fretta. E ancora di fretta Abigail uscirà dalla Bibbia. Darà a Davide un figlio (dal nome incerto), che forse morirà presto, e poi non la rivedremo più. Il suo fu un passaggio fugace, ma la sua figura resta nella Bibbia a ricordarci il talento delle donne, il loro intuito diverso, la loro concretezza, i loro tempi, e la loro vocazione alle relazioni, alla pace, alla vita. Un canto e un riconoscimento alto alle donne che continuano, in fretta, il loro lavoro di pace, mentre noi uomini continuiamo, senza fretta, a esercitarci nell’arte della guerra.

l.bruni@lumsa.it