Opinioni

Riforme e declino. Pil, un dato che non accontenta

Eugenio Fatigante sabato 15 agosto 2015
La crescita c’è, il passo è corto. La stima preliminare dell’andamento dell’economia nel II trimestre 2015 si è confermata al livello minimo atteso (i più ottimisti speravano in un +0,3%) e guasta il Ferragosto di Matteo Renzi. Il dato conferma che la via (intrapresa) delle riforme è una lunga traversata per tornare a livelli di sviluppo degni di essere definiti tali, almeno vicini – se non superiori – al 2%. Partiamo dall’aspetto 'buono': il numero comunque positivo per il secondo trimestre di fila ratifica che l’Italia è uscita dalla peggiore recessione dal Dopoguerra in poi. Qui ci fermiamo, però. A questo punto, si può ben dire che sarà davvero un successo centrare la previsione di una crescita complessiva allo 0,7% nell’anno (per conseguirla è necessario che gli altri due trimestri si chiudano con un +0,3 e +0,4%). Ma non ci si può accontentare. I pur lodevoli sforzi del governo non sono approdati, per il momento, a risultati migliori. Incluso il bonus degli 80 euro sul quale il premier e il suo staff avevano fatto ben altro affidamento per segnare un’inversione di rotta. Sarebbe ingiusto arrivare alla conclusione che le riforme sono superflue.Vanno portate avanti, magari capendo meglio di quanta parte di zavorra che ci opprimeva ci stiamo effettivamente liberando.  La vera notizia è tuttavia la generale battuta d’arresto un po’ in tutta Europa, con la Francia a crescita zero e la Germania ferma a +0,4%. A rendere il quadro più amaro è che sembrano essersi esaurite le munizioni: nemmeno il petrolio ai minimi, i tassi quasi a zero e gli acquisti di titoli di Stato operati dalla Bce hanno invertito la rotta. Idem sul fronte interno, dove Renzi ha già calato – oltre agli 80 euro – le carte del Jobs act e degli sgravi sulle assunzioni (peraltro giocata male, senza premiare la sola occupazione aggiuntiva). La crescita dell’eurozona e dell’Italia è e resta deludente. E allora? Se sul versante nazionale si deve insistere su maggiori fattori premianti per le famiglie e più investimenti pubblici a favore delle iniziative d’impresa più innovative, specie al Sud (non per penalizzare il Nord, ma perché qui si possono fare recuperi maggiori), questo dato ci porta più che mai a riflettere se sia in grado questa Europa di svilupparsi ancora o se sia essa stessa un freno. È una domanda alla quale i leader europei una risposta – prima o poi – dovranno darla.