Opinioni

12/12/1969. Piazza Fontana, la memoria e il fascismo che in Italia non è mai morto

Agostino Giovagnoli sabato 7 dicembre 2019

L'Italia e in particolare Milano si preparano a celebrare solennemente il cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, con iniziative importati e la partecipazione del presidente della Repubblica.

Da tempo ormai disponiamo di una verità storica e giudiziaria definitivamente accertata: fu una strage neofascista. Ma l’attenzione continua ancora a concentrarsi soprattutto sulla tortuosa e insoddisfacente vicenda giudiziaria che ne seguì. Grazie ad una serie di complicità e connivenze, anche di pezzi dello Stato, infatti, furono subito inventati i "colpevoli perfetti": Pietro Valpreda e altri anarchici. Ci sono voluti poi molti decenni per uscire da questa mistificazione iniziale, segnati da altre vittime, a cominciare da Giuseppe Pinelli – morto nei locali della Questura di Milano mentre veniva indagato – e Luigi Calabresi – ingiustamente accusato di aver ucciso Pinelli.

Ma questi sono stati anche gli anni dell’impegno di molti per combattere opacità, complicità, depistaggi, per cercare verità e giustizia. Grazie a questo impegno l’Italia è cambiata in meglio: si sono trasformati in profondità la politica, il giornalismo, la magistratura e molto altro. È stata una mobilitazione che ha rigenerato lo Stato, salvandolo dal discredito procuratogli dai suoi servitori infedeli.

Non è stata, però, una mobilitazione esente da errori e colpe e questo cinquantesimo anniversario costituisce un’occasione opportuna per un bilancio complessivo. Il primo errore – nel buio iniziale – fu definire piazza Fontana una strage di Stato: anche se coinvolse molti uomini di Stato, fu una strage fascista. La colpa più grave fu invece usare questa strage per giustificare la violenza delle Brigate rosse e di altre forme di terrorismo di sinistra. In mezzo si colloca una lunga spinta a trasformare la ricerca della verità giudiziaria in un processo complessivo alla Prima Repubblica.

Indubbiamente, le contorsioni del percorso giudiziario restano una macchia indelebile nella storia italiana ed è giusto ricordare i tentativi di insabbiamento da parte della magistratura, gli inquinamenti operati dalla polizia, le deviazioni dei servizi segreti, le responsabilità dei politici… Ma ha ragione Benedetta Tobagi nel suo bel libro Piazza Fontana. Il processo impossibile (Einaudi) a ricostruire non solo molte intricate vicende ma anche un contesto storico complesso che impedisce di separare in modo manicheo il bene dal male.

Non è facile giudicare ad esempio un magistrato come Vittorio Occorsio, che credette nella colpevolezza di Valpreda ma che pochi anni dopo venne ucciso dai neofascisti nei cui confronti aveva semplicemente applicato la legge. E un contributo importante nel cammino verso la chiarezza è venuto anche da alcuni dei leader politici più discussi di quegli anni. Più in generale, dimenticare che malgrado tanti limiti la Prima Repubblica, a differenza della Seconda, non ha mai rinnegato i suoi presupposti antifascisti significherebbe fare un favore agli autori di questa strage.

Quella di Piazza Fontana resta una «memoria faticosa», nota Giangiacomo Schiavi nel libro curato per il Corriere della Sera da Antonio Carioti, La strage di piazza Fontana. 12 dicembre 1969. La battaglia è stata così difficile ed estenuante che rischiamo ancora oggi di smarrirne la lezione più importante. Sarebbe sbagliato ad esempio continuare a concentrare l’attenzione solo sulla mancata punizione dei principali colpevoli. Perché il tormentato cammino della giustizia ha comunque portato a una verità definitivamente accertata al di là di ogni ragionevole dubbio.

A uccidere, quel giorno, fu il gruppo neofascista veneto di Ordine Nuovo guidato da Franco Freda, antisemita convinto e negazionista della Shoah, e Giovanni Ventura, i cui travestimenti ideologici non hanno mai attenuata una chiara identità fascista. Furono loro a trasformare coloro che si trovavano alle 16,37 del 12 dicembre 1969 nella Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana – lo stesso giorno esplosero altre bombe a Roma, con feriti ma senza morti – in strumenti inconsapevoli del tentativo di fingere una violenza di sinistra per giustificare una violenza di destra, di creare un pericolo comunista per innestare una reazione autoritaria. Fu l’inizio della strategia della tensione.

Tornare a parlare di Piazza Fontana, dunque, significa anche tornare a parlare di fascismo e di nazismo. L’Italia ha conosciuto anche altri tipi di terrorismo, da quello dei palestinesi a quello dei brigatisti rossi. Negli ultimi decenni abbiamo inoltre visto il terrorismo di Al Qaeda e dell’Isis colpire tanti uomini e donne di altri popoli. Ma non si deve sottovalutare il peso particolare che ha avuto e ha in Italia il legame storico tra violenza e fascismo. Qui, infatti, tale legame ha aperto la strada a una lunga dittatura, ha segnato i vent’anni di questo regime politico ed è tornata a manifestarsi con virulenza nella Repubblica sociale italiana. Nessun’altra forma di violenza politica o ideologica ha mai inciso in Italia in modo altrettanto vasto e profondo.

Tutto ciò, si dirà, è storia. Ma Piazza Fontana ci ricorda che il fascismo non è finito in Italia nel 1945 e che ha continuato ad attraversare la società italiana in modo palese o sotterraneo. Fatichiamo ad accettare che qualcuno agisca anche oggi sotto questa bandiera. Ma è stato un neonazista a compiere la strage del 2011 a Utoya in Norvegia, quella di 49 musulmani in Nuova Zelanda del 2019 è stata realizzata da Brenton Tarrant che si è autodefinito "ecofascista" e in pochi mesi sono stati compiuti in Germania 700 atti di violenza neonazista.

Ma Piazza Fontana ci ricorda che il fascismo non è finito in Italia nel 1945 e che ha continuato ad attraversare la società italiana in modo palese o sotterraneo

A causa della sua storia l’Italia è particolarmente vulnerabile a richiami di questo tipo. Negli ultimi anni abbiamo qui assistito a un crescendo di insulti, minacce, aggressioni, violenze – off line e on line – riferibili a questa matrice. Molte forme di razzismo e di antisemitismo oggi sotto i nostri occhi emergono da tale retroterra. Recentemente la magistratura ha sventato il tentativo di creare in Italia un partito nazista con collegamenti internazionali. Ci sono persino rappresentanti di partiti oggi importanti che non esitano a definirsi fascisti. Tutto ciò non può essere accettato passivamente.

Il cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, perciò, non deve essere solo una solenne celebrazione, certamente sincera e sentita come quella che si prepara, priva di un chiaro collegamento con la realtà in cui viviamo.