Opinioni

Qualità ed esperienze necessarie. Perché un premier fa prima apprendistato

Marco Olivetti domenica 20 maggio 2018

In una crisi di governo in cui le novità e gli interrogativi non sono certo mancati, una questione è rimasta sinora sotto traccia nel dibattito pubblico, pur essendo sulla bocca di tutti gli osservatori delle cose politiche italiane. È quella della competenza, della preparazione, dell’adeguatezza. In queste ore essa si pone addirittura sulla carica politicamente più rilevante nel nostro ordinamento: quella di presidente del Consiglio. È normale che essa sorga di fronte a nomi nuovi, quasi sconosciuti al grande pubblico (e talora anche a quello, molto meno grande, composto da chi osserva sistematicamente la politica italiana). Ma oggi non è possibile non chiedersi: quali 'qualità' occorrono per fare il Premier? E si può ritenere che i 'nomi' che circolano in queste ore per guidare l’esecutivo sostenuto da M5S e Lega posseggano tali qualità?

Per ragionare su tali domande, occorre sgombrare subito il campo da due obiezioni estreme: quella tecnocratica e quella democratica. Nella prima prospettiva è bene ribadire ciò che è ovvio: la selezione di un presidente del Consiglio non avviene mediante concorso pubblico. Ma, d’altro canto, non si può liquidare la questione invocando semplicemente il fatto che si hanno i voti. Certo, in democrazia si governa in base al consenso. Ma ogni potere richiede sempre giustificazione e ciò vale anche per il potere democraticamente legittimato.

La giusta collocazione del nostro problema è dunque quella che – con le categorie della scuola elitista italiana – si può definire 'selezione della classe dirigente', e in particolare della classe politica. Il parlamentarismo e la democrazia di partito hanno dato, negli ultimi due secoli, una serie di risposte sulla selezione dei leader: le 'scuole' in cui si formano tali figure sono i Parlamenti e i partiti. A questi percorsi, negli Stati decentrati, se ne aggiunge un terzo: i livelli regionali e municipali di governo. Sindaci e presidenti di Regione sono stati negli ultimi decenni vivai di leadership nazionali, come è del resto accaduto anche in altri Paesi. In sintesi: per la guida del governo di un Paese occorre un più o meno lungo 'apprendistato' nelle organizzazioni in cui la politica democratica si articola. Lì si acquisiscono le necessarie capacità di mediazione, di comprensione dei problemi, di comunicazione e, soprattutto di conduzione di una organizzazione complessa, quale è il governo di un grande Paese. Ovviamente è necessaria una decorosa preparazione di base, ma non è affatto necessario che un grande leader sia un intellettuale (i seguaci di Hayek si stupivano per il fatto che la signora Thatcher non lo fosse, ma sbagliavano).

Non si vuole qui abbracciare una visione esclusivistica e professionale della politica, arrivando all’estremo per cui solo la politica forma alla capacità di guida di un Paese. Certo solo essa può dare la visione di sintesi e la prospettiva dell’interesse generale (sia pure visto da un punto di vista particolare). Ma è ovvio che la capacità di direzione può essere acquisita anche nella guida di organizzazioni complesse di altro tipo: da un sindacato a un’impresa, a una istituzione sociale come un’università, un grande ente pubblico o una grande organizzazione. Sullo sfondo di questi dati, è allora possibile guardare alle figure di cui oggi si ragiona come possibili inquilini di Palazzo Chigi.

Evitando di riferirsi a nomi specifici, si possono tuttavia abbozzare alcune considerazioni su alcuni profili: quello professorale, quello burocratico, quello del politico di seconda o terza fila. Potrà forse stupire alcuni, ma essere un buon professore di università, anche di qualità, non garantisce affatto sulla capacità di governo di un Paese. I precedenti di Prodi e Monti (due premier di peso, indipendentemente dalle loro scelte politiche) non fanno testo: in primo luogo si tratta di due eccellenze nazionali e inoltre il primo aveva presieduto per 7 anni una holding come l’Iri, il secondo era stato membro della Commissione europea. Un’altra figura rischiosa è quella dell’alto burocrate: spesso troppo legato alle logiche dell’amministrazione da cui proviene, questo tipo di soggetto porta spesso una buona competenza, ma è prigioniero delle logiche della burocrazia da cui proviene. Frequentemente è centralista e romanocentrico e, pur sapendo trattare con i politici, non ha le qualità politiche necessarie a guidare un Paese. Anche il politico di seconda o terza fila, specie se nuovo, può rivelarsi poco adatto, proprio perché non ha superato quegli step formativi che la 'scuola' della politica offre a chi vi si applica per lungo tempo.

Ecco dunque per quali motivi la scelta del premier, da compiersi nelle prossime ore, solleva inquietudine. Il prescelto (o la prescelta) dovrà dirigere il governo di un grande Paese e interagire con i leader europei e mondiali, in particolare cooperando alle scelte di fondo della politica europea nell’ambito del Consiglio europeo.