Opinioni

Modello di generatività. Perché la famiglia può salvare il cuore malato dell'economia

Francesco Belletti* giovedì 4 maggio 2017

Oggi la famiglia esce con le ossa rotte, nel corpo a corpo quotidiano con l’economia, soprattutto nei Paesi a più avanzata modernizzazione e globalizzazione. La disuguaglianza sociale cresce e così le famiglie in condizione di povertà, l’offerta di lavoro femminile patisce in troppi Paesi uno svantaggio che non ha alcuna ragionevole motivazione, i compiti di cura verso le nuove generazioni e verso le persone fragili sono in prevalenza scaricati sulle scelte di vita familiare, penalizzando così sviluppi professionali, traiettorie di carriera, progresso economico. Cresce anche l’individualismo esasperato della società dei consumi, «facendo prevalere,in certi casi, l’idea di un soggetto che si costruisce secondo i propri desideri assunti come un assoluto» ( Amoris laetitia, n.33). E la vita familiare rimane emarginata in una privatizzazione che, anziché liberarla e rafforzarla, la rende socialmente irrilevante, e sempre meno 'interessante', per le persone e per la società.

Eppure non è sempre stato così. In molti periodi storici, in molte culture, nelle più diverse parti del mondo, alla famiglia veniva riconosciuta una rilevanza economica che non doveva nemmeno essere dimostrata. Era evidente che attorno alla famiglia si costruivano e ordinavano non solo i temi identitari, giuridici, affettivi e demografici di un popolo, ma anche la costruzione, l’accumulo e la trasmissione ordinata della ricchezza, da una generazione all’altra, in una 'naturale' alleanza tra valore famiglia, bene comune e generazione del benessere economico. La stessa parola 'economia' ha a che fare con 'le regole della casa', con lo sviluppo ordinato della vita familiare: quasi a dire che senza una famiglia che funziona non può esserci nemmeno ricchezza per la società. Oggi invece, soprattutto nella quotidianità della vita di tante famiglie, il rapporto con l’economia, con i suoi valori, con i suoi criteri, sembra aver perso questa possibilità di 'alleanza', ed è molto più facile percepirsi come 'nemiciamici': due mondi inevitabilmente costretti a doversi mettere d’accordo, ma troppo spesso con obiettivi, regole e risultati discordanti.

Queste riflessioni sono state stimolate dalla lettura di un volume di prossima uscita, «Family economics. Come la famiglia può salvare il cuore dell’economia» , di Lubomir Mlcoch, economista di Praga e membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (edito nel 2014 in lingua originale, e tradotto in inglese e in italiano nel 2017 – in Italia presso le Edizioni San Paolo). L’ipotesi centrale del testo è che la razionalità economica della famiglia sia diversa da quella che potremmo definire 'economicista' e riduzionista, che include solo motivazioni strumentali, utilitaristiche, valutabili e misurabili in termini monetari (e solo in quelli). L’agire economico della famiglia (la sua reale soggettività economica, potremmo dire) manifesta invece altri criteri e altri valori, magari meno misurabili, ma non per questo meno efficaci e rilevanti, nell’influenzare l’agire concreto (anche economico) della famiglia. Solo così la famiglia diventa un attore economico comprensibile e razionale, e non un elemento di disturbo rispetto alla teoria economica costruita a tavolino. Inoltre negli ultimi anni il rapporto tra sistema economico e famiglia è diventato sempre più problematico e condizionante, a causa della seduzione del consumismo e della subordinazione delle scelte familiari alle ferree leggi del mercato.

Questa dinamica ha generato una progressiva fragilità delle famiglie, che fa parlare di 'disintegrazione verticale' della famiglia nei rapporti con il mercato, in analogia con 'l’integrazione verticale' che avviene invece tra impresa e mercato. In altri termini, i confini e le regole della famiglia non tengono, e il territorio e i valori familiari sono invasi e sostituiti dal nuovo mercato dei consumi, dell’individualismo, dei desideri insaziabili e perciò mai soddisfatti. Paradossalmente, anche l’intervento pubblico, anziché controbilanciare questa invasione del territorio familiare da parte di un mercato sempre più potente, transnazionale ed aggressivo, troppo spesso si concretizza in una ulteriore colonizzazione dello spazio familiare, invaso anche dai servizi e dagli interventi pubblici, espropriato delle proprie funzioni e quindi reso irrilevante, trasparente, evanescente.

È in gioco, in questo ambito, un irrinunciabile principio della Dottrina della Chiesa, il principio di sussidiarietà, l’unico approccio che consentirebbe alle famiglie di proseguire nel proprio processo di sviluppo, se sostenute ed aiutate nelle funzioni proprie e specifiche, anziché essere sostituite o peggio espropriate delle proprie titolarità. In questo senso è particolarmente interessante la rassegna dei modelli di welfare nei vari Paesi europei, incluso il modello delle nazioni post-comuniste, questa volta raccontate da chi ha vissuto al suo interno per lunghi anni, confrontati sulla base di una domanda decisiva: «Quanto l’intervento dello Stato aiuta la famiglia ed essere se stessa, quanto ne rispetta l’autonomia, e quanto invece tende a toglierle funzioni, rendendola così irrilevante e in ultima analisi privatizzata, oppure strumentalizzandola e sfruttandola come risorsa a basso costo per un welfare statocentrico»?

La famiglia quindi, in questa triangolazione con il mercato e con lo Stato, sembra davvero essere 'vaso di coccio tra vasi di ferro': soggetto debole, davanti a luoghi e dinamiche macro-sociali certamente più forti della capacità di risposta della singola storia familiare. Eppure, nonostante questo scenario, per certi versi preoccupante e cupo, la famiglia continua ad essere soggetto forte, e la vita familiare resta nell’orizzonte di senso e di progetto di milioni e milioni di persone nel mondo: non grazie al contesto esterno, ma nonostante le pressioni, le sollecitazioni, i condizionamenti e le minacce che dall’esterno arrivano nel vivo delle relazioni familiari. La soggettività che la famiglia può mettere in campo esige quindi legittimazione e riconoscimento sia in ambito economico che in ambito socio-politico. L’operazione è complessa, perché se si rappresenta la famiglia come un soggetto puramente economico, la tentazione – e il tentativo – è quella di ridurla solo ai suoi aspetti economici. Niente dono, niente reciprocità, niente apertura alla vita e alla nascita dei figli, perché conta solo la partita doppia del conto profitti e perdite, la valutazione costi – benefici economici, la previsione di rendimento economico (profitto) rispetto a qualsiasi 'investimento' sul futuro.

Ed è proprio qui che l’Autore concentra i suoi sforzi di economista, convinto che sia possibile – e necessario – rifondare i paradigmi antropologici (l’idea di persona, insomma) sulla base dei quali si costruiscono le teorie economiche. «Family Economics» di Lubomir Mlcoch ci offre in sostanza un originale percorso di riflessione per leggere con occhiali diversi il ruolo della famiglia nella società contemporanea: occhiali capaci di vedere quel suo alone immateriale di gratuità ulteriore, che la vecchia economia e la vecchia cultura dei diritti di cittadinanza non riescono a vedere. E siccome non lo vedono, affermano che non esiste. Ma la vita vera, la quotidianità delle persone si occupa di smentire questo ideologico riduzionismo. Così come lo smentiscono le migliaia di esperienze concrete di chi ha tentato, in questi anni, di costruire un’economia diversa, capace di solidarietà, pur nel rispetto delle regole dell’efficacia dell’efficienza, capace di generare profitto economico, ma anche un valore aggiunto di fiducia e generatività.

La famiglia infatti ha un proprium specifico, che la mette in relazione con entrambi gli altri mondi, ma che non si fa esaurire da nessuno dei due. Nel rapporto con l’economia e con lo Stato la famiglia mette in gioco una sovrabbondanza di beni relazionali, un’eccedenza generosa di funzioni e di risorse, grazie al dono, al legame solidaristico, all’apertura generosa alla vita, che è anche cura e custodia del futuro dell’umanità, nell’accoglienza dei figli e nella disponibilità a costruire la società. Per questo essa, anche di fronte al grande 'Dio mercato' e alla forza del potere politico, rimane risorsa fondamentale per la dignità di ogni persona e insieme insostituibile generatrice di capitale sociale.

*Direttore Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia)